Sapevo che sarebbe successo. Sentivo che l'avrei incontrata.
Ora io sarò abbastanza spietata nel descriverla, ma ho delle fondate attenuanti.
Trattasi di una persona dall'ego tronfio e totalmente sprovvista di tatto.
Trattasi di una donna affascinate come Marilyn.
Manson.
Trattasi di una donna dal fisico scolpito.
Nel lardo di colonnata.
Trattasi di una donna dai capelli soffici come il culo di un rottweiler.
(con tutto il rispetto per i rottweiler).
Trattasi di donna la cui mancanza di grazia, renderebbe i mangiatori di patate di Van Gogh un cenacolo di elitari altoborghesi all'ora dell'aperitivo.
Trattasi di persona assolutamente certa d'essere al centro del mondo, convinzione effettivamente avvalorata dalla presenza di satelliti orbitanti attorno al suo vasto giro vita.
Trattasi in sostanza di una stronza.
Ora magari, senza entrare nello specifico, sembrerà che io sia la solita megera. Tuttavia credetemi, l'innominata è una portatrice sana di boria.
L'aspetto sorprendente della faccenda, riguarda la semplicità con la quale la vita gli arride.
E fin qui, si potrebbe anche congedare la questione con un "buon per lei", susseguito da una noncurante scrollatina di spalle, ed un rutto di disinteresse.
Se non fosse per la spiccata propensione della mammuttessa, al sottolineare la fantastica situazione di privilegio in cui vive.
Che sconfinato pezzo di merda.
Sono consapevole che nella vita sia necessaria una certa superiorità da contrapporre con eleganza, dinanzi a tali bassezze.
Ma volendo anche no.
Sarà che con il tempo sono divenuta più intollerante, tuttavia non vorrei mai perdere l'occasione di comunicare ad una persona, quanto sia tenacemente stronza.
Stronza, stronzissima, stronzissimissima, stronzerrrrrima.
Volendo inoltre elevare la mia invettiva rivestirò le parole di scherno dell'abito nobile della poesia:
La poderosa voluttà delle tue membra
dei trattori l'eleganza rimembra.
La perseveranza tua indelicata e diabolica
possa indurti una colica,
non basterà a supplire un imodium
servirà chiamare una medium,
perchè piegata ti penseranno invasata
quando invece intenta ad una sudata cacata.
Ma continueresti a sentirti superiore
affinata nell'arte divina della evacuazione.
Quel che voglio dirti senza alcuna vergogna
è che cucinerei volentieri la cicogna
che ti portò tra noi comuni mortali
e a cui spezzasti con il peso le ali
Stronza.
giovedì 28 febbraio 2008
lunedì 25 febbraio 2008
Le ho prese rapide
Ci sono delle storie che vanno raccontate. Non puoi esimerti dal farlo.
Accade che nella tua memoria si annidino dei ricordi perfettamente conservati, ai quali ricorrere soffermandosi di tanto in tanto. Miracolosamente, il passare degli anni non ne sbiadisce il fulgore, tuttavia le esperienze, ne mutano la prospettiva analitica d'approccio, sfumandone diversamente la luce.
Ora, so che un preambolo così perentorio e serio mal si associa a quanto narrerò in questa sede.
Però in me sussiste lucidamente, il ricordo di una questione alla quale crescendo, non ho mai saputo attribuire alcuna interpretazione.
Magari esternarlo renderà giustizia una volta per tutte, alle mie facoltà deduttive, notevolmente inibite per l'occasione.
Perchè l'opera di comprensione guidata, abbia felice esito, è necessario delineare brevemente il background sentimentale-passionale connaturato agli strali più reconditi della mia esistenza.
Da piccola avevo due amori: il primo era il camion della spazzatura.
Lo ammiravo in tutto il suo mastodontico afrore, colpita suppongo, sia dalle notevoli dimensioni(bimba buongustaia) sia dai koala della nettezza urbana, aggrappati tenacemente alla parte posteriore del veicolo.
Pasolini sarebbe stato fiero di me, in quanto esempio vivente del decantato fascino poetico dell'immondizia.
Tuttavia questa primigenia passione maleodorante, diminuì gradatamente nella mia personcina deviata, fino a perdere completamente interesse.
Ciò che in onore della sua intrinseca qualità, ebbe presa rapida e duratura nella mia vita, fu il cemento, per il quale nutrii propriamente una ardente passione .
I teneri anni della giuovinezza, sono strettamente connessi a questa magica polvere bianca. Detta con queste parole, sembra una dichiarazione tratta dall'autobiografia di Lapo Elkan.
In realtà mi riferisco, all'attività edilizia che tanti lustri fa, io ed il mio giovane socio,( nonchè cugino), avviammo negli assolati pomeriggi estivi del meridione.
Nei primi furenti anni novanta, il felice villaggio di Lesina Marina, era considerabile un ridente cantiere a cielo aperto. In una sorta di illusorio revival del boom economico targato '50, una imponente espansione edilizia, provvedeva alla costruzione di copiosi residence, dal discutibile impatto ambientale.
In tutto questo delirio colonizzatore, io ed il mio consanguineo, avevamo stipulato un nostro contratto stagionale, vergato con tanto di firme stentoree sul mio libro di grammatica.
La fase preliminare del lavoro, consisteva nel perlustrare in bici i terreni in costruzione, alla ricerca di cemento solidificato.
Ora, è chiaro che ci troviamo dinanzi ad una faccenda dai profondi risvolti psichici operai.
L'attivita speculativa di noi marmocchi marxisti, si poneva in netta controtendenza agli ingranaggi delle catene di montaggio.
Procedevamo a ritroso, come gamberi dallo spiccato senso impenditoriale nel settore cocktail.
Io ed il mio socio, cercavamo come affinatissimi cani da tartufo, pietre di cemento da saccheggiare e riporre nei secchielli del mare. Ormai avevamo acquisito una certa fama, nonchè una abilità egregia nel distinguere fra giacimenti validi per la razzia, e cantieri ormai sfruttati o non ancora maturi all'opera di pietrificazione.
A conti fatti la scena che si prospettava alle ora più assolate di agosto, era quella di due picciotti impolverati in bici, con secchielli multicolore appesi ai manubri, traboccanti pietre.
Suppongo che se avessero prestato minimamente attenzione alle nostre attività proletarie, ci avrebbero condotti a calci in culo dagli assistenti sociali.
Tuttavia, il risvolto davvero inspiegabile di tutta la faccenda, riguarda la fase successiva al raccolto.
Armati di tavolette in pietra disposte obliquamente alla parte interna di due tamburelli, sfregavamo furiosamente le pietre derubate, come vecchie massaie alle prese con i panni.
GRATTUGGIAVAMO IL CEMENTO, riportandolo al suo stato originario.
Meticolosi e puntuali, ogni pomeriggio sobbarcavamo sulle nostre spalle le sorti dell'attività lavorativa che ci costringeva ad orari massacranti. Ovviamente Autoimposti.
Dal di fuori il quadro offerto, era quello di due bambini sul terrazzo di una villetta al mare, sudati come cavalli, ed impegnati nell'attività più inutile del creato.
Avevamo anche un nostro gergo tecnico pronunciato con superiorità solenne: "allora oggi pomeriggio grattuggiamo" oppure "dobbiamo procedere con la grattuggiatura".
Quando ci incontravamo iniziavamo i nostri discorsi con un serie di convenevoli, riguardanti le responsabilità derivanti da una attività così onerosa. Uno sporco lavoro che qualcuno doveva pur fare. Eravamo bassi soli & soci.
Saltuariamente, assumevamo come dipendente un cuginetto più piccolo, sottoposto e non stipendiato, reso precariamente compartecipe all'opera che avrebbe rivoluzionato il mondo.
Se avessimo impiegato la stessa dedizione nei compiti delle vacanze ci saremmo risparmiati un sacco di calci in culo.
Ma noi eravamo li, ogni pomeriggio, per tutta l'estate, con dita sanguinolente a lavorare.
A volte vedevo da lontano mio cugino correre sghembo, animato da una eccitazione riservata alle grandi occasioni.
Una volta raggiunta, scorgevo nei suoi occhi la luce sfavillante dell' ambizione:aveva scovato un nuovo cantiere.
Non serviva discuterne, due nano secondi dopo eravamo con bici e secchielli al seguito, pronti ad approfittare della siesta pomeridiana della CGIL CISL E UIL.
Con il passare dei giorni il nostro capitale polveroso si accumulava, tesaurizzato in una busta nascosta sotto le scale nel giardino della villetta.
Ovviamente l'opera di strofinio, comportava innumerevoli rischi.
I nostri orari di lavoro procedevano compatibili con il pisolino pomeridiano materno.
A volte la genitrice anticipava i suoi risvegli contravvenendo i canoni calcolati. Tali fuori programma provocavano un enorme trambusto in noi loschi grattuggiatori, che rapidamente dovevamo riporre il tutto, lasciando meno tracce visibili.
Ovviamente, i sospetti materni erano giustamente fomentati dalla visione non proprio idilliaca di noi pargoli trafelati, sudati e con il correttivo di una abbronzatura sulla quale il bianco del cemento spiccava evidentemente.
Visi e mani pallide dita sanguinolente e graffi sulle gambe.
Ovviamente la punizione divina ci sorprese senza farsi attendere.
Venne d'alto e fu metereologica. Come da tradizione estiva un'acquazzone improvviso e scrosciante ci colse sul lavoro. Riuscimmo a riparare una minima parte. Nella concitazione la polvere bianca si sparse sul terrazzo della mia dimora. Mia madre accorse, ritirandoci in gran fretta, come due lenzuoli stronzi.
In un attimo il cemento e l'acqua copularono chimicamente, figliando una calce tenace.
L'ira funesta si abbattè sulla sottoscritta. Urla inenarrabili accompagnarono la strattonatura della mia maglietta. La genitrice sembrava uno sbandieratore medievale impazzito.
Finita la pioggia, mio cugino fu mandato in esilio.
Io assistetti alle bestemmie di una donna armata di mazza, intenta in un rigoroso strofinio volto a sconfiggere le incrostazioni edilizie che abbellivano i pavimenti. La povera donna, sembrava una giocatrice di curling in una gara olimpionica un tantino più scurrile.
Vinse lei.
Medaglia d'oro.
Tuttavia la gloria non le bastò.
Voleva il mio scalpo, e come un segugio cercò il nascondiglio del giacimento cementifero.
Io tacqui coraggiosamente, assurgendo a sindacato di me stessa.
Il silenzio ostinato la indispettì ulteriormente. Mi massacrò di ramazzate in culo, e furono decisamente sindacazzi miei.
Accade che nella tua memoria si annidino dei ricordi perfettamente conservati, ai quali ricorrere soffermandosi di tanto in tanto. Miracolosamente, il passare degli anni non ne sbiadisce il fulgore, tuttavia le esperienze, ne mutano la prospettiva analitica d'approccio, sfumandone diversamente la luce.
Ora, so che un preambolo così perentorio e serio mal si associa a quanto narrerò in questa sede.
Però in me sussiste lucidamente, il ricordo di una questione alla quale crescendo, non ho mai saputo attribuire alcuna interpretazione.
Magari esternarlo renderà giustizia una volta per tutte, alle mie facoltà deduttive, notevolmente inibite per l'occasione.
Perchè l'opera di comprensione guidata, abbia felice esito, è necessario delineare brevemente il background sentimentale-passionale connaturato agli strali più reconditi della mia esistenza.
Da piccola avevo due amori: il primo era il camion della spazzatura.
Lo ammiravo in tutto il suo mastodontico afrore, colpita suppongo, sia dalle notevoli dimensioni(bimba buongustaia) sia dai koala della nettezza urbana, aggrappati tenacemente alla parte posteriore del veicolo.
Pasolini sarebbe stato fiero di me, in quanto esempio vivente del decantato fascino poetico dell'immondizia.
Tuttavia questa primigenia passione maleodorante, diminuì gradatamente nella mia personcina deviata, fino a perdere completamente interesse.
Ciò che in onore della sua intrinseca qualità, ebbe presa rapida e duratura nella mia vita, fu il cemento, per il quale nutrii propriamente una ardente passione .
I teneri anni della giuovinezza, sono strettamente connessi a questa magica polvere bianca. Detta con queste parole, sembra una dichiarazione tratta dall'autobiografia di Lapo Elkan.
In realtà mi riferisco, all'attività edilizia che tanti lustri fa, io ed il mio giovane socio,( nonchè cugino), avviammo negli assolati pomeriggi estivi del meridione.
Nei primi furenti anni novanta, il felice villaggio di Lesina Marina, era considerabile un ridente cantiere a cielo aperto. In una sorta di illusorio revival del boom economico targato '50, una imponente espansione edilizia, provvedeva alla costruzione di copiosi residence, dal discutibile impatto ambientale.
In tutto questo delirio colonizzatore, io ed il mio consanguineo, avevamo stipulato un nostro contratto stagionale, vergato con tanto di firme stentoree sul mio libro di grammatica.
La fase preliminare del lavoro, consisteva nel perlustrare in bici i terreni in costruzione, alla ricerca di cemento solidificato.
Ora, è chiaro che ci troviamo dinanzi ad una faccenda dai profondi risvolti psichici operai.
L'attivita speculativa di noi marmocchi marxisti, si poneva in netta controtendenza agli ingranaggi delle catene di montaggio.
Procedevamo a ritroso, come gamberi dallo spiccato senso impenditoriale nel settore cocktail.
Io ed il mio socio, cercavamo come affinatissimi cani da tartufo, pietre di cemento da saccheggiare e riporre nei secchielli del mare. Ormai avevamo acquisito una certa fama, nonchè una abilità egregia nel distinguere fra giacimenti validi per la razzia, e cantieri ormai sfruttati o non ancora maturi all'opera di pietrificazione.
A conti fatti la scena che si prospettava alle ora più assolate di agosto, era quella di due picciotti impolverati in bici, con secchielli multicolore appesi ai manubri, traboccanti pietre.
Suppongo che se avessero prestato minimamente attenzione alle nostre attività proletarie, ci avrebbero condotti a calci in culo dagli assistenti sociali.
Tuttavia, il risvolto davvero inspiegabile di tutta la faccenda, riguarda la fase successiva al raccolto.
Armati di tavolette in pietra disposte obliquamente alla parte interna di due tamburelli, sfregavamo furiosamente le pietre derubate, come vecchie massaie alle prese con i panni.
GRATTUGGIAVAMO IL CEMENTO, riportandolo al suo stato originario.
Meticolosi e puntuali, ogni pomeriggio sobbarcavamo sulle nostre spalle le sorti dell'attività lavorativa che ci costringeva ad orari massacranti. Ovviamente Autoimposti.
Dal di fuori il quadro offerto, era quello di due bambini sul terrazzo di una villetta al mare, sudati come cavalli, ed impegnati nell'attività più inutile del creato.
Avevamo anche un nostro gergo tecnico pronunciato con superiorità solenne: "allora oggi pomeriggio grattuggiamo" oppure "dobbiamo procedere con la grattuggiatura".
Quando ci incontravamo iniziavamo i nostri discorsi con un serie di convenevoli, riguardanti le responsabilità derivanti da una attività così onerosa. Uno sporco lavoro che qualcuno doveva pur fare. Eravamo bassi soli & soci.
Saltuariamente, assumevamo come dipendente un cuginetto più piccolo, sottoposto e non stipendiato, reso precariamente compartecipe all'opera che avrebbe rivoluzionato il mondo.
Se avessimo impiegato la stessa dedizione nei compiti delle vacanze ci saremmo risparmiati un sacco di calci in culo.
Ma noi eravamo li, ogni pomeriggio, per tutta l'estate, con dita sanguinolente a lavorare.
A volte vedevo da lontano mio cugino correre sghembo, animato da una eccitazione riservata alle grandi occasioni.
Una volta raggiunta, scorgevo nei suoi occhi la luce sfavillante dell' ambizione:aveva scovato un nuovo cantiere.
Non serviva discuterne, due nano secondi dopo eravamo con bici e secchielli al seguito, pronti ad approfittare della siesta pomeridiana della CGIL CISL E UIL.
Con il passare dei giorni il nostro capitale polveroso si accumulava, tesaurizzato in una busta nascosta sotto le scale nel giardino della villetta.
Ovviamente l'opera di strofinio, comportava innumerevoli rischi.
I nostri orari di lavoro procedevano compatibili con il pisolino pomeridiano materno.
A volte la genitrice anticipava i suoi risvegli contravvenendo i canoni calcolati. Tali fuori programma provocavano un enorme trambusto in noi loschi grattuggiatori, che rapidamente dovevamo riporre il tutto, lasciando meno tracce visibili.
Ovviamente, i sospetti materni erano giustamente fomentati dalla visione non proprio idilliaca di noi pargoli trafelati, sudati e con il correttivo di una abbronzatura sulla quale il bianco del cemento spiccava evidentemente.
Visi e mani pallide dita sanguinolente e graffi sulle gambe.
Ovviamente la punizione divina ci sorprese senza farsi attendere.
Venne d'alto e fu metereologica. Come da tradizione estiva un'acquazzone improvviso e scrosciante ci colse sul lavoro. Riuscimmo a riparare una minima parte. Nella concitazione la polvere bianca si sparse sul terrazzo della mia dimora. Mia madre accorse, ritirandoci in gran fretta, come due lenzuoli stronzi.
In un attimo il cemento e l'acqua copularono chimicamente, figliando una calce tenace.
L'ira funesta si abbattè sulla sottoscritta. Urla inenarrabili accompagnarono la strattonatura della mia maglietta. La genitrice sembrava uno sbandieratore medievale impazzito.
Finita la pioggia, mio cugino fu mandato in esilio.
Io assistetti alle bestemmie di una donna armata di mazza, intenta in un rigoroso strofinio volto a sconfiggere le incrostazioni edilizie che abbellivano i pavimenti. La povera donna, sembrava una giocatrice di curling in una gara olimpionica un tantino più scurrile.
Vinse lei.
Medaglia d'oro.
Tuttavia la gloria non le bastò.
Voleva il mio scalpo, e come un segugio cercò il nascondiglio del giacimento cementifero.
Io tacqui coraggiosamente, assurgendo a sindacato di me stessa.
Il silenzio ostinato la indispettì ulteriormente. Mi massacrò di ramazzate in culo, e furono decisamente sindacazzi miei.
giovedì 21 febbraio 2008
Un etero per capello
Ho rifatto la criniera. Sono andata dal parrucchiere.
Non possiedo più una testa bicolore, ed ho ufficialmente smesso di interessarmi ai Dalmata.
Non c'è nulla da fare, l'hairstylist è un toccasana per la psiche.
Non servono analisti.
Una seduta dal coiffeur migliora sensibilmente lo stato vitale, ed infatti uscita dal negozio sembrava avessi fatto le meches all'umore nero.
Io sono decisamente una donna fortunata a cui è data un'ampia possibilità di scelta: frequento ben due saloni di bellezza: uno pugliese, ed uno romano.
Vi chiederete quale sia la differenza, visto che trattasi sempre di tinte, parrucco, spazzole e phon.
E invece la distinzione esiste ed è sociologicamente netta.
La parrucchiera meridionale è un essere mitologico, metà megera, metà contadina. A conti fatti, le presupposte doti occulte di questa figura professionale del sud, mi permettono di conferirle una denominazione distintiva: "la Fattucchiera",
Informata di tutto lo scibile umano delle sue clienti-pazienti, sa per certo che, una volta varcata la soglia del negozio, dovranno assoggettarsi al suo personale codice legislativo. Ha in mano il tuo look, ma soprattutto un paio di forbici affilate.
La donna a cui affido la capoccia nelle trasferte pugliesi, è una ricciuta nerboruta, alta come una bottiglia di shampo, dai lineamenti duri e decisamente poco raffinati. I suoi occhi di brace sono di solito delineati da un trucco nero marcatissimo a cui rispondono fiammeggianti labbra rosse, il cui contorno esile è volumizzato da un evidentissimo lavoro di ridefinizione.
La signora Jhonson, fuma come un padre nervoso in una nursery. Se lei decide che è giunta l'ora della nicotina, ti lascia in balia delle pinze multicolori ( delicatissssime ) con le quali ha fermato e diviso in ciocche, i capelli semiasciutti. In sostanza, sei ridotta come una Lolita cogliona anni ottanta, con dei simil codini sparati in ogni direzione, e con un principio di pleurite. Tuttavia, non bisogna disturbarla, è il suo momento e non conviene fare rimostranze, la faccenda dopotutto, potrebbe prendere decisamente una BRUTTA PIEGA.
Terminata con soddisfazione la fellatio con il filtro, ritorna all'opera tricologica.
La pulzella L'oreàl, possiede delle unghie di ceramica, ricurve e splendenti, con le quali volendo, potrebbe abilmente sfilzare frangette, e perchè no, anche i cespugli che costeggiano il negozio.
Ciò nonostante, sebbene sembri un portuale barese con una french manicure impeccabile, la fattucchiera sa il fatto suo, ma non l'italiano.
Con sapienti colpi, l'uso di ogni congiuntivo è definitivamente spazzolato via, così come risultano esTinte e non imPIEGAte le inutili "T", sostituite senza alcun rimpianto da più gustose e rotonde "D" ( che tinda le faccio?).
A rendere impareggiabile il salone, le fantomatiche dissertazioni filosofiche che lo animano, di cui capisaldi sono:
- visite ginecologiche
- figli
-mariti
- corna dei consorti
- ricette culinarie per consolarsi dalle corna succitate.
La tabagista della Pantene, è miracolosamete prolifica, vanta infatti parti plurigemellari che la consacrano regina indiscussa della ripresa demografica nel Tavoliere.
Per un arcano motivo, tutto le saghe che riguaradano la sua vagina open space, sono argomento di dibattito.
Nella top(a) ten degli aneddoti prediletti, conserva un imbattuto primo posto, la vicenda dalla spirale smarrita.
Suona fantascientifico, ed effettivamente la dinamica dell'evento innesca immaginari da odissea nello spazio.
Ed è un dottore dalle orecchie puntute quello che effettua sul nostro fertilissimo flacone di shampo, un' ecografia interna piuttosto invadente. Come in una singolare partita di biliardo, l'inserimento della sonda (spaziale) da parte del ginecologo Spook, aziona una singolare carambola con la succitata spirale in plutonio, preposta alla donna a mo' di scudo navale, così da arginare i democratici ovuli, da possibili attacchi kamikazzi.
Scalzata dalla sua sede originaria, immagino la solitaria spirale, vagare roteante nell' utero come l'enterprise nell'universo.
Al secondo posto, tra le vicende predilette della coiffeur, si situa la scoperta delle infedeltà coniugali.
Quella giornata fu memorabile.
Dal mio diario personale, ecco l'estratto di quella seduta campale, dall'atmosfera e dall'intensità proprie alla tragedia greca:
"Entrai nell' antro dove il crine trova giusta acconciatura.
Le due ancelle (le due assistenti) e la matrona, erano avviluppate in coltri nere (i grembiuli) che restituivano pariglia, all'atmosfera luttuosa che tutto pervadeva.
Le povere donne gemevano accorate, con lamenti sibillini.
Una luce augusta tingeva il parquet, ed un riflesso ocra stagliato sulle pareti, manifestava il volere avverso degli dei.
Gli oracoli interpretarono il volo della carta stagnola usata per le meches, come chiaro presagio di sventura.
O anziani del coro, che sorte crudele fu riservata all'hairstylist dell'Olimpo.
O maledetto sia Odisseo, colto nella flagranza fedifraga."
Tuttavia, quello che, quei pezzi di merda degli àuguri non predissero era che, come una stronza, sarei stata sotto le cesoie della donna imbarbarita dal tradimento.
Sbagliò il taglio.
Dovetti riparare da sola riequilibrando il dislivello dell' acconciatura in un modo barbino, pareggiando nettamente, con forbici da cucina.
Il tutto condito ovviamente, da una litania di bestemmie.
Voglio dire, le corna sono tue, ma il cuoio capelluto e' il mio eccheccazzo!
Diametralmente opposta la situation romana.
Il salone di bellezza prescelto per la cura della chioma, porta il nome del proprietario:VICHY, diminitutivo virilissimo di Vincenzo.
Codesto pulzello sublima lavorativamente una evidente privazione freudiana. Sul suo capo infatti, non alberga la benchè minima traccia di capelli.
Ad occhio nudo è dichiaratamente froscio, ed il suo negozio è assolutamente avveniristico. Un tripudio di neon, rendono la location aliena. Una pulsante musica house rende sincopata ogni azione, come a sottolineare, il battito incessante della movida fashion.
Accanto ad ogni specchiera è installato un inutile shermo al plasma, che proietta video di sfilate&affini.
Arriva l'assistente che avrà cura del mio look.
Iniziamo a parlare, di diete.
La mia testolina decolorata intraprende di sua sponte, una operazione algebrica per la quale, il lavoro di coiffeur, l'aspetto mingherlino e curato, l'ossessione per il dimagrimento, diano come risultato, l'effettiva ascrizione del giovane, al fantastico mondo gaio.
Presupposto questo assunto, inizio a fargli confidenze tra amiche.
Gli offro la mia esperienza solidale e fallimentare su diete, creme, palestre.
Gli parlo della mia crisi premestruale, e di tutti gli allegri scompensi ormonali che ne derivano, annessa la fantastica sensazione esplosiva delle tette.
Sono senza freni, sicura che la mia nuova amichetta saprà capirmi. Tuttavia il vivace scambio di opinioni, perde gradatamente smalto e sul the e pasticcini che avevamo imbandito nel mio immaginario, scende una coltre di muffa.
Più continuo con il mio sproloquio infatti, più sento il giovane venire meno all'iniziale loquacità.
Finisce sapientemente il suo lavoro e mi congeda con un gelido "e grazie".
Due nano secondi dopo, con un fragoroso tono bitonale, inneggia con l'altra assistente, alle bellezze di una giovane diva televisiva a cui avrebbe volentieri fatto questo e tant'altro. Quella che avviene dinanzi ai miei occhi è la più inequivocabile testimonianza di manifestazione testosteronica.
Se avesse potuto, avrebbe intonato il Nabucco a rutti, pur di rimarcare la mascolinità lesa dalla sottoscritta. Io da buona intenditrice, carpisco le intenzioni delle sue poche e cazzutissime parole, chiudendomi in un mutismo rispettoso, del di lui pene offeso.
D'altro canto, il buon uomo mi ha fatto notevoli colpi di sole, migliornado nettamente la mia testa. Io invece, ho solo inferto un grave colpo ai suoi testicoli.
Non possiedo più una testa bicolore, ed ho ufficialmente smesso di interessarmi ai Dalmata.
Non c'è nulla da fare, l'hairstylist è un toccasana per la psiche.
Non servono analisti.
Una seduta dal coiffeur migliora sensibilmente lo stato vitale, ed infatti uscita dal negozio sembrava avessi fatto le meches all'umore nero.
Io sono decisamente una donna fortunata a cui è data un'ampia possibilità di scelta: frequento ben due saloni di bellezza: uno pugliese, ed uno romano.
Vi chiederete quale sia la differenza, visto che trattasi sempre di tinte, parrucco, spazzole e phon.
E invece la distinzione esiste ed è sociologicamente netta.
La parrucchiera meridionale è un essere mitologico, metà megera, metà contadina. A conti fatti, le presupposte doti occulte di questa figura professionale del sud, mi permettono di conferirle una denominazione distintiva: "la Fattucchiera",
Informata di tutto lo scibile umano delle sue clienti-pazienti, sa per certo che, una volta varcata la soglia del negozio, dovranno assoggettarsi al suo personale codice legislativo. Ha in mano il tuo look, ma soprattutto un paio di forbici affilate.
La donna a cui affido la capoccia nelle trasferte pugliesi, è una ricciuta nerboruta, alta come una bottiglia di shampo, dai lineamenti duri e decisamente poco raffinati. I suoi occhi di brace sono di solito delineati da un trucco nero marcatissimo a cui rispondono fiammeggianti labbra rosse, il cui contorno esile è volumizzato da un evidentissimo lavoro di ridefinizione.
La signora Jhonson, fuma come un padre nervoso in una nursery. Se lei decide che è giunta l'ora della nicotina, ti lascia in balia delle pinze multicolori ( delicatissssime ) con le quali ha fermato e diviso in ciocche, i capelli semiasciutti. In sostanza, sei ridotta come una Lolita cogliona anni ottanta, con dei simil codini sparati in ogni direzione, e con un principio di pleurite. Tuttavia, non bisogna disturbarla, è il suo momento e non conviene fare rimostranze, la faccenda dopotutto, potrebbe prendere decisamente una BRUTTA PIEGA.
Terminata con soddisfazione la fellatio con il filtro, ritorna all'opera tricologica.
La pulzella L'oreàl, possiede delle unghie di ceramica, ricurve e splendenti, con le quali volendo, potrebbe abilmente sfilzare frangette, e perchè no, anche i cespugli che costeggiano il negozio.
Ciò nonostante, sebbene sembri un portuale barese con una french manicure impeccabile, la fattucchiera sa il fatto suo, ma non l'italiano.
Con sapienti colpi, l'uso di ogni congiuntivo è definitivamente spazzolato via, così come risultano esTinte e non imPIEGAte le inutili "T", sostituite senza alcun rimpianto da più gustose e rotonde "D" ( che tinda le faccio?).
A rendere impareggiabile il salone, le fantomatiche dissertazioni filosofiche che lo animano, di cui capisaldi sono:
- visite ginecologiche
- figli
-mariti
- corna dei consorti
- ricette culinarie per consolarsi dalle corna succitate.
La tabagista della Pantene, è miracolosamete prolifica, vanta infatti parti plurigemellari che la consacrano regina indiscussa della ripresa demografica nel Tavoliere.
Per un arcano motivo, tutto le saghe che riguaradano la sua vagina open space, sono argomento di dibattito.
Nella top(a) ten degli aneddoti prediletti, conserva un imbattuto primo posto, la vicenda dalla spirale smarrita.
Suona fantascientifico, ed effettivamente la dinamica dell'evento innesca immaginari da odissea nello spazio.
Ed è un dottore dalle orecchie puntute quello che effettua sul nostro fertilissimo flacone di shampo, un' ecografia interna piuttosto invadente. Come in una singolare partita di biliardo, l'inserimento della sonda (spaziale) da parte del ginecologo Spook, aziona una singolare carambola con la succitata spirale in plutonio, preposta alla donna a mo' di scudo navale, così da arginare i democratici ovuli, da possibili attacchi kamikazzi.
Scalzata dalla sua sede originaria, immagino la solitaria spirale, vagare roteante nell' utero come l'enterprise nell'universo.
Al secondo posto, tra le vicende predilette della coiffeur, si situa la scoperta delle infedeltà coniugali.
Quella giornata fu memorabile.
Dal mio diario personale, ecco l'estratto di quella seduta campale, dall'atmosfera e dall'intensità proprie alla tragedia greca:
"Entrai nell' antro dove il crine trova giusta acconciatura.
Le due ancelle (le due assistenti) e la matrona, erano avviluppate in coltri nere (i grembiuli) che restituivano pariglia, all'atmosfera luttuosa che tutto pervadeva.
Le povere donne gemevano accorate, con lamenti sibillini.
Una luce augusta tingeva il parquet, ed un riflesso ocra stagliato sulle pareti, manifestava il volere avverso degli dei.
Gli oracoli interpretarono il volo della carta stagnola usata per le meches, come chiaro presagio di sventura.
O anziani del coro, che sorte crudele fu riservata all'hairstylist dell'Olimpo.
O maledetto sia Odisseo, colto nella flagranza fedifraga."
Tuttavia, quello che, quei pezzi di merda degli àuguri non predissero era che, come una stronza, sarei stata sotto le cesoie della donna imbarbarita dal tradimento.
Sbagliò il taglio.
Dovetti riparare da sola riequilibrando il dislivello dell' acconciatura in un modo barbino, pareggiando nettamente, con forbici da cucina.
Il tutto condito ovviamente, da una litania di bestemmie.
Voglio dire, le corna sono tue, ma il cuoio capelluto e' il mio eccheccazzo!
Diametralmente opposta la situation romana.
Il salone di bellezza prescelto per la cura della chioma, porta il nome del proprietario:VICHY, diminitutivo virilissimo di Vincenzo.
Codesto pulzello sublima lavorativamente una evidente privazione freudiana. Sul suo capo infatti, non alberga la benchè minima traccia di capelli.
Ad occhio nudo è dichiaratamente froscio, ed il suo negozio è assolutamente avveniristico. Un tripudio di neon, rendono la location aliena. Una pulsante musica house rende sincopata ogni azione, come a sottolineare, il battito incessante della movida fashion.
Accanto ad ogni specchiera è installato un inutile shermo al plasma, che proietta video di sfilate&affini.
Arriva l'assistente che avrà cura del mio look.
Iniziamo a parlare, di diete.
La mia testolina decolorata intraprende di sua sponte, una operazione algebrica per la quale, il lavoro di coiffeur, l'aspetto mingherlino e curato, l'ossessione per il dimagrimento, diano come risultato, l'effettiva ascrizione del giovane, al fantastico mondo gaio.
Presupposto questo assunto, inizio a fargli confidenze tra amiche.
Gli offro la mia esperienza solidale e fallimentare su diete, creme, palestre.
Gli parlo della mia crisi premestruale, e di tutti gli allegri scompensi ormonali che ne derivano, annessa la fantastica sensazione esplosiva delle tette.
Sono senza freni, sicura che la mia nuova amichetta saprà capirmi. Tuttavia il vivace scambio di opinioni, perde gradatamente smalto e sul the e pasticcini che avevamo imbandito nel mio immaginario, scende una coltre di muffa.
Più continuo con il mio sproloquio infatti, più sento il giovane venire meno all'iniziale loquacità.
Finisce sapientemente il suo lavoro e mi congeda con un gelido "e grazie".
Due nano secondi dopo, con un fragoroso tono bitonale, inneggia con l'altra assistente, alle bellezze di una giovane diva televisiva a cui avrebbe volentieri fatto questo e tant'altro. Quella che avviene dinanzi ai miei occhi è la più inequivocabile testimonianza di manifestazione testosteronica.
Se avesse potuto, avrebbe intonato il Nabucco a rutti, pur di rimarcare la mascolinità lesa dalla sottoscritta. Io da buona intenditrice, carpisco le intenzioni delle sue poche e cazzutissime parole, chiudendomi in un mutismo rispettoso, del di lui pene offeso.
D'altro canto, il buon uomo mi ha fatto notevoli colpi di sole, migliornado nettamente la mia testa. Io invece, ho solo inferto un grave colpo ai suoi testicoli.
lunedì 18 febbraio 2008
Darwin si è fermato a Marina di Lesina
Il lavoro invecchia. Non c'è niente da fare.
Puoi farti mille promesse, giurare che a te non accadrà.
E invece finita l'università si profilano nuove esigenze di cui ignoravi l'esistenza. Volente o nolente devi responsabilizzarti, dando un assetto più o meno equilibrato alla tua esistenza.
Certo.
In questo preciso istante vorrei sbronzarmi come un soldato Ussaro in licenza, stracciare il mio costume da segretaria ed indossare i miei amati jeans distrutti.
Ho un mucchio di energie inespresse da sublimare in atti più o meno vandalici. Desidero ardentemente giocare a calcio, sbucciarmi le ginocchia, e picchiarmi violentemente con i miei cugini.
Sono sempre stata una insospettabile scugnizza. Nella mia testa hanno sempre dimorato idee potenzialmente criminali, ed ho un consolidato passato da regina degli scherzi.
Tra la mia immaginazione deviata ed il mio agire non c'era alcun filtro.
Non importava mettere a repentaglio la mia vita e quella del prossimo: la priorità assoluta, era esclusivamente riservata alla riuscita dei piani diabolici architettati.
Il locus amoenus in cui il mio estro mafioso trovava libero sfogo era la ridente località marittima denominata Marina di Lesina.
Ora è difficile descrivere a chi non ha mai visitato o vissuto in questo paesino, le dinamiche ultraterrene che lo animano. Non è solo un luogo di villeggiatura, è uno stile di vita.
Terribile.
Il paesino presenta da secoli, le stesse strutture.
A volte una brezza di innovazione, giunge inattesa a rischiarare questo medioevo delle vacanze, e di solito corrisponde al fallimento di una delle attività residue.
Ci sono due bar.
Il "SERENELLA", o meglio pensabile, come reparto geriatria della riviera pugliese, dove reduci di guerra ( punica) rivivono spensierati le ere (del ferro) della giovinezza. In quel luogo menestrelli ed aedi intonano i canti della tradizione,( Aedooooooo attacca a candareeeeeee kitemmurttt), sulle cui note si muovono nostalgiche cartilagini.
"L'ELITE", ultima tappa della transumanza priva di senso dei giuovinotti meridionali. La peculiarità del bar si riassume in una sola parola: Bomboloni caldi. E mi riferisco, si, a quelli sfornati a mezzanotte, ma soprattutto a quelli ipertrofici della barista, vera attrazione turistica della zona.
La denominazione del locale credo faccia riferimento alla sconfinata finezza degli avventori, di cui emblema indiscusso è il signor "la straccia", simpatico omone che apostrofando il cameriere con un kitemmuort di incoraggiamento, lo esortò nel portargli per l'appunto, una straccia ( femminile del mocho) per il tavolo sporco( camerieeeeeere pizz d kitemmurttt mè purtàà la stracciaaaaaa) (notare l'assenza del per favore).
Periodicamente si generano ridenti e cordiali risse.
Passando dall'elite, è possibile cogliere delle citazioni cinematografiche di sconvolgente suggestione. Più volte, come nel film di Spielberg, ho visto la sagoma nera di una sedia, profilarsi sullo sfondo della luna e solcare l'arco della notte.
Marina di Lesina, smentirebbe qualsiasi teoria darwiniana.
In passato, furono proposti vari e vani tentativi di evoluzione vacanziera, rivolti nello sforzo comune di dare ai gggiovani, un posto in cui poter dimenare le chiappe.
Primo tentativo: "IL DIVINAE" rampante discoteca, nel senso effettivo che la vedeva situata nel seminterrato di un box, a cui accedere previa rampa. Troppo scomodo: le hanno dato giustamente fuoco!
Secondo tentativo: "IL PUB IN(decoroso)", situato nello spazio antistante il prontosoccorso, animato da un ragazzo il cui affascinante pseudonimo era "Giannidiggei". Successivamente gli fu annesso il titolo Frutta&verdura, chiaro riferimento all'attività lavorativa diurna, svolta dal terrore delle piste. L'attinenza al mondo ortofrutticolo era chiaramente rimarcata dalla presenza di casse da frutta adibite a CUBI rettangolari, sui quali trasgressive donzelle d'Apricena e San Severo dimenavano gli zoccoli.
Terzo tentativo: "LA COLLINETTA", prodigio dell'abusivismo edilizio. Roccaforte della musica dance costruita su un molo posticcio, e sottoposta all'erosione dell'acqua che di anno in anno rendeva la pista pericolosamente in pendenza. Fu chiusa e riaperta ciclicamente, con motivazioni che si avvicendavano di volta in volta : crollo, spaccio, crollo, spaccio, crollo, spaccio ecc ecc.
Ultimo tentativo: "IL CORMORAN" lido di nuova costruzione, in soprendente legno con ombrelloni di paglia: praticamente un messaggio subliminale al vizietto piromane della mafia.
Stranamente la struttura si definirebbe gradevole, incorniciata da una fetta poderosa di pineta garganica.
Peccato che questo luglio sia andata completamente a fuoco.
Marina di Lesina è la prova effettiva che strutture e bellezza paesaggistica non possono sussitere simultaneamente. Questa estate, nella cornice abbrustolita del lido, ho tuttavia assistito ad un meraviglioso match fra donne primitive.
Uno svago che parzialmente ha ripagato l'odore di bruciato.
Codesto borgo, come un bacino tollerante, raccoglie tutta la crema della provincia foggiana e non. Presenta infatti, un altissimo tasso di esuli lombardi, che allo spuntare dei primi caldi, compie una massiccia migrazione, nel sud climaticamente più clemente.
A conti fatti, il paesino contempla la compresenza "pacifica", di due stilemi di vita antitetici: Il grezzo pugliese senza scrupoli e pudori & lo sbruffone milanese, che fra un minchiacazzofiga e l'altro, rischia fragorosi pestaggi, da parte dei visigoti del Tavoliere.
A ben guardare, il borgo riassume una assortita gamma antropologica, che analizzerò per la gloria della scienza:
1- CAFONE DEL SUD IN VILLEGGIATURA: dall'andatura taralliforme, dotato di zoccoli duri, che trascina rumorosamente sull'asfalto, esprime con suoni gutturali e consonantici ogni sua emozione. Interloquisce con i suoi simili ad alta voce, ignorando quasi completamente l'uso delle vocali. I rappresentanti della provincia ne distorcono altresì il suono, dando vita ad un effetto sonoro che le riassume gran parte : "u paein" sarebbe il risultato della sapiente mistura di farina00, acqua, lievito e san severese.
D'estate d'altronde è anche possibile che siate punti da fastidiosissime CIAMBAEEN, (in foggiano ZAMBN, ). Il suono italiofono che più si avvicina è ZAMPANE, sostitutivo di zanzara, accettato ormai da rassegnati accademici della crusca.
Tuttavia, l'ora di pranzo riunisce ciò che il parlato ha diviso. Lunghissime grigliate, effondono nell'aria odore di brace. Sono veri e propri altari sacrificali, quelli che hanno vita nei lunghi pomeriggi d'agosto. Branchi di gnu sono immolati, per rendere satolle le trippe molli di questi ominidi che hanno sconfitto la miseria.
Ovviamente il tasso alcolico è proporzionale alla carne. Per cui rumorose sagre hanno luogo in barba, a qualsiasi regola di convivenza civile. AFFANCULO LE NORME CONDOMINIALI.
LO SPOCCHIOSO DEL NORD IN VILLEGGIATURA: giunto nelle terre della daunia con fare colonizzatore, si propone come promotore della moda ad ogni costo. Al nord si sa, le innovazioni giungono in anticipo disarmante. Per cui è decisamente cool, portare la pelliccia in spiaggia.
Trovando i prezzi degli alcolici enormemente accessibili, il loro happy hour inizia alle tre del pomeriggio. Euforici ed imprenditoriali, si rapportano con i terrazzani del sud con un misto di curiosità e sberleffo.
Tuttavia frequentando il posto da anni, hanno imparato a distinguere, la soglia oltre la quale non spingersi.
Perchè al sud un uomo estroso, non è faschion, ma ricchione.
Perchè al sud un uomo cortese non è educato, ma un ricchione da fregare.
Perchè al sud non devi rompere i coglioni.
Magari a Milano ci sono delle norme civili, ma noi al meridione celesbattiamoinculo.
Magari al nord sono più avvvvvanti, ma il mare è nostro, e ci pisciamo noi dentro!
Tuttavia ogni mondo è paese, ed infatti, il rampollo milanese, sia che abbia abbussshcato(le abbia prese) un paliatone da un pugliese, sia che si rivolga semplicemente al PAPI, sente rispondersi da questi, in un simil dialetto lesinese-lombardo, pronto a rimarcare che puoi emigrare dove cazzo ti pare, ma il sud è una impostazione mentale genetica.
Ma vada via in gul a mamt.
Puoi farti mille promesse, giurare che a te non accadrà.
E invece finita l'università si profilano nuove esigenze di cui ignoravi l'esistenza. Volente o nolente devi responsabilizzarti, dando un assetto più o meno equilibrato alla tua esistenza.
Certo.
In questo preciso istante vorrei sbronzarmi come un soldato Ussaro in licenza, stracciare il mio costume da segretaria ed indossare i miei amati jeans distrutti.
Ho un mucchio di energie inespresse da sublimare in atti più o meno vandalici. Desidero ardentemente giocare a calcio, sbucciarmi le ginocchia, e picchiarmi violentemente con i miei cugini.
Sono sempre stata una insospettabile scugnizza. Nella mia testa hanno sempre dimorato idee potenzialmente criminali, ed ho un consolidato passato da regina degli scherzi.
Tra la mia immaginazione deviata ed il mio agire non c'era alcun filtro.
Non importava mettere a repentaglio la mia vita e quella del prossimo: la priorità assoluta, era esclusivamente riservata alla riuscita dei piani diabolici architettati.
Il locus amoenus in cui il mio estro mafioso trovava libero sfogo era la ridente località marittima denominata Marina di Lesina.
Ora è difficile descrivere a chi non ha mai visitato o vissuto in questo paesino, le dinamiche ultraterrene che lo animano. Non è solo un luogo di villeggiatura, è uno stile di vita.
Terribile.
Il paesino presenta da secoli, le stesse strutture.
A volte una brezza di innovazione, giunge inattesa a rischiarare questo medioevo delle vacanze, e di solito corrisponde al fallimento di una delle attività residue.
Ci sono due bar.
Il "SERENELLA", o meglio pensabile, come reparto geriatria della riviera pugliese, dove reduci di guerra ( punica) rivivono spensierati le ere (del ferro) della giovinezza. In quel luogo menestrelli ed aedi intonano i canti della tradizione,( Aedooooooo attacca a candareeeeeee kitemmurttt), sulle cui note si muovono nostalgiche cartilagini.
"L'ELITE", ultima tappa della transumanza priva di senso dei giuovinotti meridionali. La peculiarità del bar si riassume in una sola parola: Bomboloni caldi. E mi riferisco, si, a quelli sfornati a mezzanotte, ma soprattutto a quelli ipertrofici della barista, vera attrazione turistica della zona.
La denominazione del locale credo faccia riferimento alla sconfinata finezza degli avventori, di cui emblema indiscusso è il signor "la straccia", simpatico omone che apostrofando il cameriere con un kitemmuort di incoraggiamento, lo esortò nel portargli per l'appunto, una straccia ( femminile del mocho) per il tavolo sporco( camerieeeeeere pizz d kitemmurttt mè purtàà la stracciaaaaaa) (notare l'assenza del per favore).
Periodicamente si generano ridenti e cordiali risse.
Passando dall'elite, è possibile cogliere delle citazioni cinematografiche di sconvolgente suggestione. Più volte, come nel film di Spielberg, ho visto la sagoma nera di una sedia, profilarsi sullo sfondo della luna e solcare l'arco della notte.
Marina di Lesina, smentirebbe qualsiasi teoria darwiniana.
In passato, furono proposti vari e vani tentativi di evoluzione vacanziera, rivolti nello sforzo comune di dare ai gggiovani, un posto in cui poter dimenare le chiappe.
Primo tentativo: "IL DIVINAE" rampante discoteca, nel senso effettivo che la vedeva situata nel seminterrato di un box, a cui accedere previa rampa. Troppo scomodo: le hanno dato giustamente fuoco!
Secondo tentativo: "IL PUB IN(decoroso)", situato nello spazio antistante il prontosoccorso, animato da un ragazzo il cui affascinante pseudonimo era "Giannidiggei". Successivamente gli fu annesso il titolo Frutta&verdura, chiaro riferimento all'attività lavorativa diurna, svolta dal terrore delle piste. L'attinenza al mondo ortofrutticolo era chiaramente rimarcata dalla presenza di casse da frutta adibite a CUBI rettangolari, sui quali trasgressive donzelle d'Apricena e San Severo dimenavano gli zoccoli.
Terzo tentativo: "LA COLLINETTA", prodigio dell'abusivismo edilizio. Roccaforte della musica dance costruita su un molo posticcio, e sottoposta all'erosione dell'acqua che di anno in anno rendeva la pista pericolosamente in pendenza. Fu chiusa e riaperta ciclicamente, con motivazioni che si avvicendavano di volta in volta : crollo, spaccio, crollo, spaccio, crollo, spaccio ecc ecc.
Ultimo tentativo: "IL CORMORAN" lido di nuova costruzione, in soprendente legno con ombrelloni di paglia: praticamente un messaggio subliminale al vizietto piromane della mafia.
Stranamente la struttura si definirebbe gradevole, incorniciata da una fetta poderosa di pineta garganica.
Peccato che questo luglio sia andata completamente a fuoco.
Marina di Lesina è la prova effettiva che strutture e bellezza paesaggistica non possono sussitere simultaneamente. Questa estate, nella cornice abbrustolita del lido, ho tuttavia assistito ad un meraviglioso match fra donne primitive.
Uno svago che parzialmente ha ripagato l'odore di bruciato.
Codesto borgo, come un bacino tollerante, raccoglie tutta la crema della provincia foggiana e non. Presenta infatti, un altissimo tasso di esuli lombardi, che allo spuntare dei primi caldi, compie una massiccia migrazione, nel sud climaticamente più clemente.
A conti fatti, il paesino contempla la compresenza "pacifica", di due stilemi di vita antitetici: Il grezzo pugliese senza scrupoli e pudori & lo sbruffone milanese, che fra un minchiacazzofiga e l'altro, rischia fragorosi pestaggi, da parte dei visigoti del Tavoliere.
A ben guardare, il borgo riassume una assortita gamma antropologica, che analizzerò per la gloria della scienza:
1- CAFONE DEL SUD IN VILLEGGIATURA: dall'andatura taralliforme, dotato di zoccoli duri, che trascina rumorosamente sull'asfalto, esprime con suoni gutturali e consonantici ogni sua emozione. Interloquisce con i suoi simili ad alta voce, ignorando quasi completamente l'uso delle vocali. I rappresentanti della provincia ne distorcono altresì il suono, dando vita ad un effetto sonoro che le riassume gran parte : "u paein" sarebbe il risultato della sapiente mistura di farina00, acqua, lievito e san severese.
D'estate d'altronde è anche possibile che siate punti da fastidiosissime CIAMBAEEN, (in foggiano ZAMBN, ). Il suono italiofono che più si avvicina è ZAMPANE, sostitutivo di zanzara, accettato ormai da rassegnati accademici della crusca.
Tuttavia, l'ora di pranzo riunisce ciò che il parlato ha diviso. Lunghissime grigliate, effondono nell'aria odore di brace. Sono veri e propri altari sacrificali, quelli che hanno vita nei lunghi pomeriggi d'agosto. Branchi di gnu sono immolati, per rendere satolle le trippe molli di questi ominidi che hanno sconfitto la miseria.
Ovviamente il tasso alcolico è proporzionale alla carne. Per cui rumorose sagre hanno luogo in barba, a qualsiasi regola di convivenza civile. AFFANCULO LE NORME CONDOMINIALI.
LO SPOCCHIOSO DEL NORD IN VILLEGGIATURA: giunto nelle terre della daunia con fare colonizzatore, si propone come promotore della moda ad ogni costo. Al nord si sa, le innovazioni giungono in anticipo disarmante. Per cui è decisamente cool, portare la pelliccia in spiaggia.
Trovando i prezzi degli alcolici enormemente accessibili, il loro happy hour inizia alle tre del pomeriggio. Euforici ed imprenditoriali, si rapportano con i terrazzani del sud con un misto di curiosità e sberleffo.
Tuttavia frequentando il posto da anni, hanno imparato a distinguere, la soglia oltre la quale non spingersi.
Perchè al sud un uomo estroso, non è faschion, ma ricchione.
Perchè al sud un uomo cortese non è educato, ma un ricchione da fregare.
Perchè al sud non devi rompere i coglioni.
Magari a Milano ci sono delle norme civili, ma noi al meridione celesbattiamoinculo.
Magari al nord sono più avvvvvanti, ma il mare è nostro, e ci pisciamo noi dentro!
Tuttavia ogni mondo è paese, ed infatti, il rampollo milanese, sia che abbia abbussshcato(le abbia prese) un paliatone da un pugliese, sia che si rivolga semplicemente al PAPI, sente rispondersi da questi, in un simil dialetto lesinese-lombardo, pronto a rimarcare che puoi emigrare dove cazzo ti pare, ma il sud è una impostazione mentale genetica.
Ma vada via in gul a mamt.
sabato 16 febbraio 2008
Batman & Olio
Che settimana di merda.
Dovevo immaginarlo che sarebbero stati giorni infernali.
Come se ogni alba avesse partorito giornate podaliche: disposte di culo già alle prime luci.
Ho consumato in un sol colpo tutte le energie di cui ero a disposizione. L'altro giorno infatti, sono stata sorpassata dal coniglio della duracel che correva come uno stronzo, portando ripetutamente le zampine pelose all'altezza del suo organo riproduttivo di peluche, per schernirmi con una aola oscena.
Merda di pezza.
Non è stato possibile invertire il susseguirsi degli eventi. Ho provato a vederla sotto una luce positiva, impiegando al massimo le mie fonti energetiche evidentemente non rinnovabili: non è servito ad un cazzo, anzi l'enel mi ha mandato un conguaglio.
Ma d'altronde sette giorni fa avevo già avuto sentore che i successivi fogli del calendario, sarebbero serviti per pulirsi il beneamato posteriore.
Tanto per iniziare, la scorsa domenica notte, di ritorno da una serata movimentata, io e le mie socie, decidiamo di fare un pit stop, al baretto sotto casa.
Le note degli Squallor, riecheggiavano allietando l'oasi dei cornett&cappuccini.
Come potevo non farmi coinvolgere dal groove?? E allora mentre ordinavo al barista con occhi socchiusi, testa reclinata alle 23 e fare sprezzante" un lattealmieledoppiosenzaghiacciococco", ho iniziato a ballicchiare sulle soavi note di cui sopra.
La canzone suscitava dei ricordi in ognuno di noi, eravamo tutti coesi in armonia nostalgica, io, i baristi, il mio latte:
" Sta luna pare na scorz' e limoneee, e com'è bluuu stu ciel' e cartoneeeeeeeee....o mar mi sciacqqqq'e pall mariuuuu e nu vasill me scet o cardill ...... O tiemp se ne vaaaaa e tu non vuoi chiavaaaaaaaaaà"
Con occhi ridenti e fuggitivi molleggiavamo sulle nostre gambe, sonava le quieta stanza e le vie d'intorno. Lingua mortal non dice quel che noi sentivamo in seno: che pensieri soavi, che speranze, che cori....
A rovinare il magic moment, si accostano due bruti appena evasi da uno scroto.
Assemblati, restituivano un essere umano vagamente sostenibile. Il più magro dei due, era fregiato da un bomber nero lucido e plastificato a cui rendeva pariglia nel cattivo gusto, un cappio simil sciarpa rosa. Fosse stato a Napoli e avesse costeggiato il bordo della strada, l'avrebbero bestemmiato come ennesimo rifiuto pervenuto a rimpolpare, la già consistente barriera corallina di monnezza. L'uomo schifo, dicevamo, si avvicina, e vedendomi coinvolta ed accorata nel verseggiar gli Squallor, dimostra di non possedere ragioni sufficienti che giustifichino la sua esistenza sulla terra. Ignorando totalmete il senso dell'umorismo, non codifica minimamente il mio atteggiamento da groupie. Sentenzia a sproposito riguardo alla mancanza di raffinetazza che scorge nella mia persona, nel mio bel canto e nel capolavoro dei creatori del celeberrimo CURNUTON CHE PE STA VIA MO TE NE VAI!
Decido di sedare l'istinto omicida, lasciando che il coglione in PVC, mi creda una vassalla di un feudo campano. Pago in zolle di terreno il mio conto, rutto, prendo la vanga e giro sui tacchi.
Il compare del nostro uomo busta, è un pelato dagli occhi ambrati. Oltre ai capelli, costui ha radi anche i denti. Ognuno, infatti dista un quarto d'ora dall'altro.
Io e le mie socie siamo assiderate e stanche. Sono le 4.00 passate e questi pazienti del C.I.M in libera uscita, vogliono tentare un approccio.
L'uomo senza tracce di capelli nel sangue, afferra il polso della Vale, ed annusa profondamente, inebriato dalla fragranza. E' goffamente stupito della possibilità che un essere umano possa profumare in cotal modo.
Io rispondo che lavarsi è una abitudine piuttosto diffusa tra occidentali e non.
L'uomo immondizia continua a non scorgere l'ombra di alcun sarcasmo. Con fare marpionesco stringe la sigaretta tra le labbra, le da fuoco, sprigionando diossina.
Incredibilmente il cazzone fa nascere una disquisizione sull'origine dei profumi e della pratica della toletta, dissentendo dalla mia ultima battuta ed attribuendo la provenienza di tale abitudine, esclusivamente al mondo orientale.
Il glabbro leporino, si compiace mostrando fieramente tra le labbra il suo codice a barre, dando così man forte alla manifesta arguzia del compare.
Due imbecilli, di speculare idiozia.
I due testicoli omozigotici, non riescono assolutamente a capire quanto tre donne li stiano compatendo. Loro si sentono assolutamente padroni della situazione, nonchè affabulatori di spessore dotati di un gran senso dell'humor.
Ma la realtà è ben diversa.
Sono due disperati che annaspano in un mare di guano autoprodotto, farfugliando argomenti di nessun interesse, proposti con tempistiche errate e prive di alcun guizzo ironico.
Patetici.
Tuttavia i cadaveri di Stanlio ed Olio, non hanno ancora toccato il fondo, possono salvarsi, d'altronde siamo stanche!
Ma costoro ignorano decismente la buona misura.
Dal baretto ci raggiunge una musica usata solitamente come sigla di chiusura nei villaggi turistici, che ritmicamente ripropone un UH-AH perentorio. Anche noi abbiamo decisamente chiuso con la tolleranza verso questi due deficienti, abbassando con sommo clangore, le serrande sulle nostre vagine.
Io tuttavia devo aver ammaliato l'uomo rifiuto, che persevera diabolico. Sfoderando una sicurezza ingiustificata, si rivolge all'uomo che non deve chiedere mai la spazzola, e gli fa intendere di esser stato ancora una volta colpito dalla ragazza più stronza del gruppo.
Ma guarda un pò che destinaccio infame!
La stronza sarei io.
Lui sarebbe l'affascinato che giostra le redini del complesso gioco di seduzione.
Coglione abbrustolito!
Afferma tutto questo, come se noi menti femminili inferiori, non potessimo carpire il gioco sottilissssimo dei suoi sottintesi. Come se lui e il signor Panicucci anni '90, avessero studiato un linguaggio incomprensibile agli altri esseri umani.
Cazzoni impuniti.
Intanto il sottofondo musicale diviene insistente.
La pattumiera arriva sotto il mio naso, e chiede con fare suadente, se sia capace di mimare con gli occhi, la dinamica emotiva del UH AH sopraccitato.
Io sono incredula. A muso duro gli rispondo "ma anche no".
Mi impegno affinchè la testa diventi un enorme dito medio, con il quale scardinargli la doppia elica del dna. Costui non deve riprodursi!
I miei occhi lampeggiano una scritta luminosa inequivocabile: ESTINGUITI stronzo!
Capite? Che settimana poteva mai susseguirsi ad una bruttura del genere?
UH AH eccchediamine!
Dovevo immaginarlo che sarebbero stati giorni infernali.
Come se ogni alba avesse partorito giornate podaliche: disposte di culo già alle prime luci.
Ho consumato in un sol colpo tutte le energie di cui ero a disposizione. L'altro giorno infatti, sono stata sorpassata dal coniglio della duracel che correva come uno stronzo, portando ripetutamente le zampine pelose all'altezza del suo organo riproduttivo di peluche, per schernirmi con una aola oscena.
Merda di pezza.
Non è stato possibile invertire il susseguirsi degli eventi. Ho provato a vederla sotto una luce positiva, impiegando al massimo le mie fonti energetiche evidentemente non rinnovabili: non è servito ad un cazzo, anzi l'enel mi ha mandato un conguaglio.
Ma d'altronde sette giorni fa avevo già avuto sentore che i successivi fogli del calendario, sarebbero serviti per pulirsi il beneamato posteriore.
Tanto per iniziare, la scorsa domenica notte, di ritorno da una serata movimentata, io e le mie socie, decidiamo di fare un pit stop, al baretto sotto casa.
Le note degli Squallor, riecheggiavano allietando l'oasi dei cornett&cappuccini.
Come potevo non farmi coinvolgere dal groove?? E allora mentre ordinavo al barista con occhi socchiusi, testa reclinata alle 23 e fare sprezzante" un lattealmieledoppiosenzaghiacciococco", ho iniziato a ballicchiare sulle soavi note di cui sopra.
La canzone suscitava dei ricordi in ognuno di noi, eravamo tutti coesi in armonia nostalgica, io, i baristi, il mio latte:
" Sta luna pare na scorz' e limoneee, e com'è bluuu stu ciel' e cartoneeeeeeeee....o mar mi sciacqqqq'e pall mariuuuu e nu vasill me scet o cardill ...... O tiemp se ne vaaaaa e tu non vuoi chiavaaaaaaaaaà"
Con occhi ridenti e fuggitivi molleggiavamo sulle nostre gambe, sonava le quieta stanza e le vie d'intorno. Lingua mortal non dice quel che noi sentivamo in seno: che pensieri soavi, che speranze, che cori....
A rovinare il magic moment, si accostano due bruti appena evasi da uno scroto.
Assemblati, restituivano un essere umano vagamente sostenibile. Il più magro dei due, era fregiato da un bomber nero lucido e plastificato a cui rendeva pariglia nel cattivo gusto, un cappio simil sciarpa rosa. Fosse stato a Napoli e avesse costeggiato il bordo della strada, l'avrebbero bestemmiato come ennesimo rifiuto pervenuto a rimpolpare, la già consistente barriera corallina di monnezza. L'uomo schifo, dicevamo, si avvicina, e vedendomi coinvolta ed accorata nel verseggiar gli Squallor, dimostra di non possedere ragioni sufficienti che giustifichino la sua esistenza sulla terra. Ignorando totalmete il senso dell'umorismo, non codifica minimamente il mio atteggiamento da groupie. Sentenzia a sproposito riguardo alla mancanza di raffinetazza che scorge nella mia persona, nel mio bel canto e nel capolavoro dei creatori del celeberrimo CURNUTON CHE PE STA VIA MO TE NE VAI!
Decido di sedare l'istinto omicida, lasciando che il coglione in PVC, mi creda una vassalla di un feudo campano. Pago in zolle di terreno il mio conto, rutto, prendo la vanga e giro sui tacchi.
Il compare del nostro uomo busta, è un pelato dagli occhi ambrati. Oltre ai capelli, costui ha radi anche i denti. Ognuno, infatti dista un quarto d'ora dall'altro.
Io e le mie socie siamo assiderate e stanche. Sono le 4.00 passate e questi pazienti del C.I.M in libera uscita, vogliono tentare un approccio.
L'uomo senza tracce di capelli nel sangue, afferra il polso della Vale, ed annusa profondamente, inebriato dalla fragranza. E' goffamente stupito della possibilità che un essere umano possa profumare in cotal modo.
Io rispondo che lavarsi è una abitudine piuttosto diffusa tra occidentali e non.
L'uomo immondizia continua a non scorgere l'ombra di alcun sarcasmo. Con fare marpionesco stringe la sigaretta tra le labbra, le da fuoco, sprigionando diossina.
Incredibilmente il cazzone fa nascere una disquisizione sull'origine dei profumi e della pratica della toletta, dissentendo dalla mia ultima battuta ed attribuendo la provenienza di tale abitudine, esclusivamente al mondo orientale.
Il glabbro leporino, si compiace mostrando fieramente tra le labbra il suo codice a barre, dando così man forte alla manifesta arguzia del compare.
Due imbecilli, di speculare idiozia.
I due testicoli omozigotici, non riescono assolutamente a capire quanto tre donne li stiano compatendo. Loro si sentono assolutamente padroni della situazione, nonchè affabulatori di spessore dotati di un gran senso dell'humor.
Ma la realtà è ben diversa.
Sono due disperati che annaspano in un mare di guano autoprodotto, farfugliando argomenti di nessun interesse, proposti con tempistiche errate e prive di alcun guizzo ironico.
Patetici.
Tuttavia i cadaveri di Stanlio ed Olio, non hanno ancora toccato il fondo, possono salvarsi, d'altronde siamo stanche!
Ma costoro ignorano decismente la buona misura.
Dal baretto ci raggiunge una musica usata solitamente come sigla di chiusura nei villaggi turistici, che ritmicamente ripropone un UH-AH perentorio. Anche noi abbiamo decisamente chiuso con la tolleranza verso questi due deficienti, abbassando con sommo clangore, le serrande sulle nostre vagine.
Io tuttavia devo aver ammaliato l'uomo rifiuto, che persevera diabolico. Sfoderando una sicurezza ingiustificata, si rivolge all'uomo che non deve chiedere mai la spazzola, e gli fa intendere di esser stato ancora una volta colpito dalla ragazza più stronza del gruppo.
Ma guarda un pò che destinaccio infame!
La stronza sarei io.
Lui sarebbe l'affascinato che giostra le redini del complesso gioco di seduzione.
Coglione abbrustolito!
Afferma tutto questo, come se noi menti femminili inferiori, non potessimo carpire il gioco sottilissssimo dei suoi sottintesi. Come se lui e il signor Panicucci anni '90, avessero studiato un linguaggio incomprensibile agli altri esseri umani.
Cazzoni impuniti.
Intanto il sottofondo musicale diviene insistente.
La pattumiera arriva sotto il mio naso, e chiede con fare suadente, se sia capace di mimare con gli occhi, la dinamica emotiva del UH AH sopraccitato.
Io sono incredula. A muso duro gli rispondo "ma anche no".
Mi impegno affinchè la testa diventi un enorme dito medio, con il quale scardinargli la doppia elica del dna. Costui non deve riprodursi!
I miei occhi lampeggiano una scritta luminosa inequivocabile: ESTINGUITI stronzo!
Capite? Che settimana poteva mai susseguirsi ad una bruttura del genere?
UH AH eccchediamine!
lunedì 11 febbraio 2008
Tantra voglia
Deve essere piuttosto difficoltoso stringere rapporti d'amicizia con Sting.
Qualora doveste incontrarlo trafelato e visibilmente affannato al supermercato, non slanciatevi filantropicamente a raccogliergli le buste della spesa. Quasi certamente, infatti, il nostro Englishman alla Conad, sta ultimando un rapporto sessuale.
Tutto merito del TANTRA, e della popolazione matriarcale che per prima ne ha saggiato le infinite possibilità. Mi riferisco agli arcaici e coraggiosi Harappei che nel 2000 ac si situarono nella valle dell' Indù. Tuttavia suppongo che il maggior contributo sia da attribuirsi ai discendenti, nonchè prosecutori della genie sopraccitata: i numerosissimi Harappati
In oriente cari miei, hanno definitivamente sfanculato qualsiasi problematica inerente ad eiaculazioni, giunte decisamente in anticipo( ad esempio quando la donna è ancora a casa a truccarsi).
La disciplina tantrica, infatti, permette prolungatissime performance amorose. Il maratoneta dei gloriosi Police infatti, ha piu' volte affermato, di poter sostenere 5 ore consecutive di combattimenti.
Senza fare una piAga.
Decisamente un eroe!
Ed infatti, per aderire alla didattica della situation, occorre sfoderare un appomble partigiano, che contempli una serrata resistenza all'impulso eiaculatorio. L'orgasmo quindi, viene ritardato sapientemente, lasciando che l'energia da esso sprigionata, circoli continuamente nel corpo. Dunque a conti fatti, il tantra non boccia il culmine dell'amplesso, si limita a rimandarlo
a settembre. ( Ma per le donne, anche ad ottobre-novembre, senza alcun problema. )
Ovviamente la pratica prevede una perfetta sintonia fra i partner. E' necessario che entrambi siano devoti alla disciplina. In caso contrario, si verificherebbero situazioni a dir poco pittoresche. Immaginatevi lei, avvezza ai consueti cinque minuti di gloria del marito, sentirlo farfugliare improvvisamente nell'atto, di chakra, grandi madri ed estasi. In quel caso la donna ha due possibilità di discernimento: ipotizzare che il compagno in realtà stia spassandosela con la vicina dalle tette new age;
oppure che l'acclamata mater, sia propriamente la Madonna, invocata nello strenuo tentativo di ritardare il più possibile con la preghiera, l'eventualità licantropesca di eiaculare alla luna.
Ad ogni modo le testimonianze sulle migliorie apportate dalle tecniche tantriche sono sbalorditive.
A livello meramente fisico, il tutto si ridurrebbe ad un uso consapevole del respiro diaframmatico, a cui associare un movimento rotatorio del bacino, ausiliato a sua volta, da un assetto ondulatorio della spina dorsale.
Praticamente un Cipresso oscillante sulle note del Meneito.
Tuttavia gli amanti avviati ai segreti di questa pratica espansiva della coscienza, vivono esperienze amatorie simili a dei pellegrinaggi a Lourdes (con molti meno vestiti e molti più miracoli).
Non fatico nel credere possibile una tale estasi.
Sebbene fosse per altri fini, qualche giorno fa, in un laboratorio teatrale, ho esperito personalmente le infinite possibilità della respirazione.
L'esercizio presentava più fasi, ognuna propedeutica alla successiva.
La prima consiteva nell'assumere e nel mantenere lungamente una postura periforme, ottenuta piegando le gambe ed abbassando di conseguenza il baricentro.
La staticità prolungata, ha generato un tremore considerevole, dal quale farsi percorrere abbandonando ogni resistenza. In tal modo è stato possibile aprire sto cazzo di chakra.
Ed effettivamente, le convulsioni da cui sono stata attraversata, mi hanno resa una Iacuzzi contenta di esistere.
Lo step successivo, ha voluto noi tutti di fronte al muro, con le gambe in posizione ginecologica.
Guidati da una voce amica, siamo stati introdotti nel training psicofisico spinto.
Introiettati nella sfera intima, ed estroflesso il nostro corpo-mente nel cosmo&affini, abbiamo quindi, affrontato una respirazione che dal naso discendeva coinvolgendo i polmoni, il diaframma, il basso ventre, ed infine i genitali.
Ora, io conosco un migliaio di persone che non solo, pensano con gli organi sesssuali, ma assolovono mediante questi, l'80% delle funzioni sociali.
Tuttavia mai avevo contemplato la possibilità di salutari aerosol energetici e pelvici.
Dunque a conti fatti, siamo distesi, con un tremore residuo dei muscoli, a vagare nelle distanze siderali dell'universo, e dell'interspazio. Metafisici e palpitanti, in contatto armonico ed extrasensoriale con il creato, ma soprattutto INGRIFATI COME DEI BABBUINI!
Ebbene si, il respiro profondo e l'oltrpassato confine fisico, non hanno causato che una eccitazione senza eguali, impossibile da sublimare senza fare delle figure di merda mugolanti.
Altro che infinito, altro che iperurani!
Trombare! Solo una gran voglia di trombare! Come picchi.
Visibilmente scossi dalla situazione, siamo tornati in noi, stonati e delusi come da una cena con Siffredi, finita prematuramente causa nanna del pupo (lascio a voi tutti i doppi e tripli sensi).
Riaversi è stata una impresa non semplice, aggravata per giunta dal perdurare insistente, della sensazione febbrile.
Ho ritenuto che quegli Harappei fossero davvero degli homini erectissimi. A sostenere la mia tesi, la visione ( in metro) di tre donne dai tratti indiani. Erano confabulanti e felici. La loro fisionomia denunciava non solo l'appartenenza alla fantastica stirpe indù, ma anche un appagamento senza pari. Mi sono avvicinata per ascoltare se dai loro discorsi trapelasse qualche fantastico aneddoto piccante ed educativo.
Ma accostatami alle tre donzelle dalla pelle ambrata, ho visto immediatamente tramutare la lieve mandorla degli occhi, in netti mandolini.
Erano IndiaNapoletane, arabescate da uno scurrilissimo slang partenopeo, del quale si carpiva il suono di occidentalissimi cazz.
Mi si è smorzato il respiro, il misticismo è andato a farsi benedire, e tutto è finito tarallucci tantra e vino.
Qualora doveste incontrarlo trafelato e visibilmente affannato al supermercato, non slanciatevi filantropicamente a raccogliergli le buste della spesa. Quasi certamente, infatti, il nostro Englishman alla Conad, sta ultimando un rapporto sessuale.
Tutto merito del TANTRA, e della popolazione matriarcale che per prima ne ha saggiato le infinite possibilità. Mi riferisco agli arcaici e coraggiosi Harappei che nel 2000 ac si situarono nella valle dell' Indù. Tuttavia suppongo che il maggior contributo sia da attribuirsi ai discendenti, nonchè prosecutori della genie sopraccitata: i numerosissimi Harappati
In oriente cari miei, hanno definitivamente sfanculato qualsiasi problematica inerente ad eiaculazioni, giunte decisamente in anticipo( ad esempio quando la donna è ancora a casa a truccarsi).
La disciplina tantrica, infatti, permette prolungatissime performance amorose. Il maratoneta dei gloriosi Police infatti, ha piu' volte affermato, di poter sostenere 5 ore consecutive di combattimenti.
Senza fare una piAga.
Decisamente un eroe!
Ed infatti, per aderire alla didattica della situation, occorre sfoderare un appomble partigiano, che contempli una serrata resistenza all'impulso eiaculatorio. L'orgasmo quindi, viene ritardato sapientemente, lasciando che l'energia da esso sprigionata, circoli continuamente nel corpo. Dunque a conti fatti, il tantra non boccia il culmine dell'amplesso, si limita a rimandarlo
a settembre. ( Ma per le donne, anche ad ottobre-novembre, senza alcun problema. )
Ovviamente la pratica prevede una perfetta sintonia fra i partner. E' necessario che entrambi siano devoti alla disciplina. In caso contrario, si verificherebbero situazioni a dir poco pittoresche. Immaginatevi lei, avvezza ai consueti cinque minuti di gloria del marito, sentirlo farfugliare improvvisamente nell'atto, di chakra, grandi madri ed estasi. In quel caso la donna ha due possibilità di discernimento: ipotizzare che il compagno in realtà stia spassandosela con la vicina dalle tette new age;
oppure che l'acclamata mater, sia propriamente la Madonna, invocata nello strenuo tentativo di ritardare il più possibile con la preghiera, l'eventualità licantropesca di eiaculare alla luna.
Ad ogni modo le testimonianze sulle migliorie apportate dalle tecniche tantriche sono sbalorditive.
A livello meramente fisico, il tutto si ridurrebbe ad un uso consapevole del respiro diaframmatico, a cui associare un movimento rotatorio del bacino, ausiliato a sua volta, da un assetto ondulatorio della spina dorsale.
Praticamente un Cipresso oscillante sulle note del Meneito.
Tuttavia gli amanti avviati ai segreti di questa pratica espansiva della coscienza, vivono esperienze amatorie simili a dei pellegrinaggi a Lourdes (con molti meno vestiti e molti più miracoli).
Non fatico nel credere possibile una tale estasi.
Sebbene fosse per altri fini, qualche giorno fa, in un laboratorio teatrale, ho esperito personalmente le infinite possibilità della respirazione.
L'esercizio presentava più fasi, ognuna propedeutica alla successiva.
La prima consiteva nell'assumere e nel mantenere lungamente una postura periforme, ottenuta piegando le gambe ed abbassando di conseguenza il baricentro.
La staticità prolungata, ha generato un tremore considerevole, dal quale farsi percorrere abbandonando ogni resistenza. In tal modo è stato possibile aprire sto cazzo di chakra.
Ed effettivamente, le convulsioni da cui sono stata attraversata, mi hanno resa una Iacuzzi contenta di esistere.
Lo step successivo, ha voluto noi tutti di fronte al muro, con le gambe in posizione ginecologica.
Guidati da una voce amica, siamo stati introdotti nel training psicofisico spinto.
Introiettati nella sfera intima, ed estroflesso il nostro corpo-mente nel cosmo&affini, abbiamo quindi, affrontato una respirazione che dal naso discendeva coinvolgendo i polmoni, il diaframma, il basso ventre, ed infine i genitali.
Ora, io conosco un migliaio di persone che non solo, pensano con gli organi sesssuali, ma assolovono mediante questi, l'80% delle funzioni sociali.
Tuttavia mai avevo contemplato la possibilità di salutari aerosol energetici e pelvici.
Dunque a conti fatti, siamo distesi, con un tremore residuo dei muscoli, a vagare nelle distanze siderali dell'universo, e dell'interspazio. Metafisici e palpitanti, in contatto armonico ed extrasensoriale con il creato, ma soprattutto INGRIFATI COME DEI BABBUINI!
Ebbene si, il respiro profondo e l'oltrpassato confine fisico, non hanno causato che una eccitazione senza eguali, impossibile da sublimare senza fare delle figure di merda mugolanti.
Altro che infinito, altro che iperurani!
Trombare! Solo una gran voglia di trombare! Come picchi.
Visibilmente scossi dalla situazione, siamo tornati in noi, stonati e delusi come da una cena con Siffredi, finita prematuramente causa nanna del pupo (lascio a voi tutti i doppi e tripli sensi).
Riaversi è stata una impresa non semplice, aggravata per giunta dal perdurare insistente, della sensazione febbrile.
Ho ritenuto che quegli Harappei fossero davvero degli homini erectissimi. A sostenere la mia tesi, la visione ( in metro) di tre donne dai tratti indiani. Erano confabulanti e felici. La loro fisionomia denunciava non solo l'appartenenza alla fantastica stirpe indù, ma anche un appagamento senza pari. Mi sono avvicinata per ascoltare se dai loro discorsi trapelasse qualche fantastico aneddoto piccante ed educativo.
Ma accostatami alle tre donzelle dalla pelle ambrata, ho visto immediatamente tramutare la lieve mandorla degli occhi, in netti mandolini.
Erano IndiaNapoletane, arabescate da uno scurrilissimo slang partenopeo, del quale si carpiva il suono di occidentalissimi cazz.
Mi si è smorzato il respiro, il misticismo è andato a farsi benedire, e tutto è finito tarallucci tantra e vino.
sabato 9 febbraio 2008
Sei un Midi
Devo averlo scritto in fronte. Oppure sulle tette.
F A C C I O L A S E G R E T A R I A!
Aspettavo sulla banchina il mio mezzo di locomozione preferito. Per arginare il dilagante scoglionamento derivante dallo status mentale ottodisabatomattinavaccaevadevolavorarenonmiva, canticchiavo tra me ed il muro lercio della metro, quando un baldo giovane della sicurezza, mi abborda con la scusa: machebellavocechehaiiiiiii!!!!!
Essendo assorta ed impegnata a fare step sulle scale musicali, mi spavento, e realizzo due catene di pensieri:
1 cantavo a voce alta- disturbavo la quiete pubblica- costui vuole arrestarmi;
2 -cantavo a voce alta- ho fatto una figura di merda- anche se avessi tossicchiato, costui avrebbe fatto apprezzamenti sul modo soave in cui raschiavo la gola.
Il successivo disporsi degli eventi conferma l'opzione due.
Un uomo si appiglierebbe a qualsiasi pretesto pur di sostenere l'approccio con un esemplare femmina del branco.
Riavutami dall'iniziale soprassalto, riacquisto il mio applombe da stele dauna. Il mio volto è il trionfo dell'inespressività!
In tal modo costringo l'intelocutore a trovare, in un nano secondo, un argomento interessante che possa motivare l'interruzione non richiesta, delle mie trasmissioni mentali. Ed effettivamente, dispiego al massimo i miei sforzi, perchè mi appaia sulla fronte, l'icona circolare a strisce orizzontali variopinte, con annesso segnale acustico ( che produco io stessa, con vocina acuta ).
E' una tattica disorientante, direttamente collegata alla prontezza di spirito ed alle capacità intellettive dell'attentatore. Di solito si verificano notevoli manifestazioni di idiozia.
Ed anche il bodyguard della linea b, non fa eccezione. Le sue sinapsi iniziano a lavorare a casaccio, proponendogli un sofisticato gioco di analogie. A conti fatti, l'orecchio del giovine ha captato bel canto. Le connessioni logiche gli suggeriscono associazioni di pensiero decisamente disarmanti.
Non so per quale assurdo motivo, inizia a parlarmi dell'ebbrezza del karaoke.
Io non faccio alcun cenno compiacente. Sono una maschera maori.
Lascio che i suoi tentativi di assalto alla Bastiglia, cadano nel silenzio più aberrante. Ed è in tale assenza di sonoro che percepisco nitidamente, lo stridio dei suoi polpastrelli impegnati in un accanito free climbing sugli specchi.
Lui insiste sulle gioie che la pratica canora made in Japan conferisce agli animi arditi. Rivanga nostalgico, gli ormai arcaici best moment delle esibizioni Fiorellesche nell'agorà della polis.
Il mio volto d'argilla è seriamente minato da tale inspiegabile perorazione. Piccole crepe, infatti, percorrono la ieraticità adottata strategicamente. Mio malgrado, in una successione lenta ed implacabile, aggrotto le sopracciglia, sgrano gli occhi ed un ghigno di allarme e compassione anima la mia bocca.
Lui nota la trasformazione che ha alterato per sempre, il mio granitico assetto da monolite. Deglutisce a vuoto, evidentemente stupito di come non abbia fatto breccia il suo fantastico mordente pro karaoke. Della goliardia slanciata che gli infervorava le gote di un porpora cardinalizio, non resta alcuna traccia.
Per un attimo infatti, sbianca come un Pierrot a cui abbiano cancellato la lacrima nera a sputi.
Deve aver visto profilarsi nell'aere, una sequenza di letterine colorarsi d'azzurro. La scritta apparsa è tecnicamente precisa e dal significato inequivocabile: MACHECAZZDIC! Il tutto è ovviamente accompagnato da un sottofondo midi a sua scelta.
Il nostro paladino della legge metropolitana tuttavia, tenta di riaversi dopo la disastrosa prova di interrelazione sociale. Decide di rischiare in corner, dando prova di notevoli doti sensitive. Perentorio come il Divino Otelma, socchiude gli occhi, fissandomi concentrato, punta il dito verso la mia persona, ed annuisce ripetutamente come a consolidare la sua certezza percettiva. Infine declama la sentenza: TU FAI LA SEGRETARIA!!!
E' ufficiale, sono sbalordita, ma non dal riuscito numero medianico, quanto dall'illogico e repentino cambio d'argomento. Costui non ha tempo da perdere, sta saggiando le infinite possibilità di conquista, sfoderando tutte le capacità di cui dispone. Se avesse saputo ballare il tip tap non avrebbe esitato a dimostrarlo, magari spacciandolo come metodo infallibile per digerire la colazione. Il risultato a cui perviene, tuttavia è il palesarsi di una dissociazione psicofisica notevole. Ciò nonostante, il Giucas Casella di Rebibbia ha indovinato! Da cosa può aver dedotto il mio provvisorio status sociale?
Non mi sembra di avere degli articoli di cancelleria tra le tette!
Come ha fatto quest'uomo? Mi complimento per la preveggenza! Tuttavia tento un depistaggio carnevalesco. Gli dico, infatti, di appartenere ad una famiglia di prestigiosi coiffeur, e che nei furenti anni novanta, mio padre acconciava personalmente il fulgido codino, che spopolava in tutte le piazze d'Italia.
A supportare la veridicità della mia rivelazione, chiamo a raccolta tutti i residui di credibilità che la morale mi consente. Sono assolutamente compunta, ed in un angolo della mia mente, inizia effettivamente a rivivere un improvvisato ed improbabile amarcord, dell'infanzia vissuta in qualità di figlia del parrucchiere ufficiale di Fiorello. E forse sollecitata da un tale pensiero, sento partire in me una musica interiore. In un primo momento la avverto in sordina. Successivamente sono in grado di distinguerla. E' una base anni '90. Precisamente "sei un mito " degli 883. Mi lascio rapire dal groove della sonata per strumenti musicali della Chicco (con la quale Pezzali ha una convenzione ). Arriva la metro, cavalcando il midi furibondo che ormai alberga e dilaga nel mio mondo interiore, saluto il gran figlio di paragnosta, e sulla schermata della fronte mi appare una scritta blu luminosa:
e adesso CANTA TU PIRLA!
( to be continued )
F A C C I O L A S E G R E T A R I A!
Aspettavo sulla banchina il mio mezzo di locomozione preferito. Per arginare il dilagante scoglionamento derivante dallo status mentale ottodisabatomattinavaccaevadevolavorarenonmiva, canticchiavo tra me ed il muro lercio della metro, quando un baldo giovane della sicurezza, mi abborda con la scusa: machebellavocechehaiiiiiii!!!!!
Essendo assorta ed impegnata a fare step sulle scale musicali, mi spavento, e realizzo due catene di pensieri:
1 cantavo a voce alta- disturbavo la quiete pubblica- costui vuole arrestarmi;
2 -cantavo a voce alta- ho fatto una figura di merda- anche se avessi tossicchiato, costui avrebbe fatto apprezzamenti sul modo soave in cui raschiavo la gola.
Il successivo disporsi degli eventi conferma l'opzione due.
Un uomo si appiglierebbe a qualsiasi pretesto pur di sostenere l'approccio con un esemplare femmina del branco.
Riavutami dall'iniziale soprassalto, riacquisto il mio applombe da stele dauna. Il mio volto è il trionfo dell'inespressività!
In tal modo costringo l'intelocutore a trovare, in un nano secondo, un argomento interessante che possa motivare l'interruzione non richiesta, delle mie trasmissioni mentali. Ed effettivamente, dispiego al massimo i miei sforzi, perchè mi appaia sulla fronte, l'icona circolare a strisce orizzontali variopinte, con annesso segnale acustico ( che produco io stessa, con vocina acuta ).
E' una tattica disorientante, direttamente collegata alla prontezza di spirito ed alle capacità intellettive dell'attentatore. Di solito si verificano notevoli manifestazioni di idiozia.
Ed anche il bodyguard della linea b, non fa eccezione. Le sue sinapsi iniziano a lavorare a casaccio, proponendogli un sofisticato gioco di analogie. A conti fatti, l'orecchio del giovine ha captato bel canto. Le connessioni logiche gli suggeriscono associazioni di pensiero decisamente disarmanti.
Non so per quale assurdo motivo, inizia a parlarmi dell'ebbrezza del karaoke.
Io non faccio alcun cenno compiacente. Sono una maschera maori.
Lascio che i suoi tentativi di assalto alla Bastiglia, cadano nel silenzio più aberrante. Ed è in tale assenza di sonoro che percepisco nitidamente, lo stridio dei suoi polpastrelli impegnati in un accanito free climbing sugli specchi.
Lui insiste sulle gioie che la pratica canora made in Japan conferisce agli animi arditi. Rivanga nostalgico, gli ormai arcaici best moment delle esibizioni Fiorellesche nell'agorà della polis.
Il mio volto d'argilla è seriamente minato da tale inspiegabile perorazione. Piccole crepe, infatti, percorrono la ieraticità adottata strategicamente. Mio malgrado, in una successione lenta ed implacabile, aggrotto le sopracciglia, sgrano gli occhi ed un ghigno di allarme e compassione anima la mia bocca.
Lui nota la trasformazione che ha alterato per sempre, il mio granitico assetto da monolite. Deglutisce a vuoto, evidentemente stupito di come non abbia fatto breccia il suo fantastico mordente pro karaoke. Della goliardia slanciata che gli infervorava le gote di un porpora cardinalizio, non resta alcuna traccia.
Per un attimo infatti, sbianca come un Pierrot a cui abbiano cancellato la lacrima nera a sputi.
Deve aver visto profilarsi nell'aere, una sequenza di letterine colorarsi d'azzurro. La scritta apparsa è tecnicamente precisa e dal significato inequivocabile: MACHECAZZDIC! Il tutto è ovviamente accompagnato da un sottofondo midi a sua scelta.
Il nostro paladino della legge metropolitana tuttavia, tenta di riaversi dopo la disastrosa prova di interrelazione sociale. Decide di rischiare in corner, dando prova di notevoli doti sensitive. Perentorio come il Divino Otelma, socchiude gli occhi, fissandomi concentrato, punta il dito verso la mia persona, ed annuisce ripetutamente come a consolidare la sua certezza percettiva. Infine declama la sentenza: TU FAI LA SEGRETARIA!!!
E' ufficiale, sono sbalordita, ma non dal riuscito numero medianico, quanto dall'illogico e repentino cambio d'argomento. Costui non ha tempo da perdere, sta saggiando le infinite possibilità di conquista, sfoderando tutte le capacità di cui dispone. Se avesse saputo ballare il tip tap non avrebbe esitato a dimostrarlo, magari spacciandolo come metodo infallibile per digerire la colazione. Il risultato a cui perviene, tuttavia è il palesarsi di una dissociazione psicofisica notevole. Ciò nonostante, il Giucas Casella di Rebibbia ha indovinato! Da cosa può aver dedotto il mio provvisorio status sociale?
Non mi sembra di avere degli articoli di cancelleria tra le tette!
Come ha fatto quest'uomo? Mi complimento per la preveggenza! Tuttavia tento un depistaggio carnevalesco. Gli dico, infatti, di appartenere ad una famiglia di prestigiosi coiffeur, e che nei furenti anni novanta, mio padre acconciava personalmente il fulgido codino, che spopolava in tutte le piazze d'Italia.
A supportare la veridicità della mia rivelazione, chiamo a raccolta tutti i residui di credibilità che la morale mi consente. Sono assolutamente compunta, ed in un angolo della mia mente, inizia effettivamente a rivivere un improvvisato ed improbabile amarcord, dell'infanzia vissuta in qualità di figlia del parrucchiere ufficiale di Fiorello. E forse sollecitata da un tale pensiero, sento partire in me una musica interiore. In un primo momento la avverto in sordina. Successivamente sono in grado di distinguerla. E' una base anni '90. Precisamente "sei un mito " degli 883. Mi lascio rapire dal groove della sonata per strumenti musicali della Chicco (con la quale Pezzali ha una convenzione ). Arriva la metro, cavalcando il midi furibondo che ormai alberga e dilaga nel mio mondo interiore, saluto il gran figlio di paragnosta, e sulla schermata della fronte mi appare una scritta blu luminosa:
e adesso CANTA TU PIRLA!
( to be continued )
giovedì 7 febbraio 2008
Ti deVASTO
Io mi chiedo chi dall'alto gestisca il mio taccuino appuntamenti.
Vorrei sapere chi predispone gli incontri da fare, nei momenti meno opportuni.
E' l'ora di pranzo.
Sono all'uscita da lavoro, con un semicerchio evidente alla testa, che mi rende molto simile alla statua della madonna dell'Incoronata.
Sono assonnata, affamata, e con la vescica piena come una invicta in gita.
La mia scala di priorità è tarata su bisogni elementari coniugati all'infinito: mangiare, fare pipì, dormire, defungere.
Ho un elettroencefalogramma al plasma: ultrapiatto.
In tale stato avanzato di imbarbarimento, intraprendo la via di casa, sfruttandone astutamente la pendenza. Fosse stata in salita e controvento, mi sarei abbandonata all'uscita della metro, senza batter ciglio. Sicuramente dopo una dormitina sull'asfalto, avrei avviato un franchising di ombrelli con gli ambulanti pakistani.
Basta una sola goccia di pioggia, (ma va bene anche uno sputo dal terzo piano ), ed eccoli materializzarsi con un'offerta vastissima, d'ogni foggia e colore. Escono con l'umidità, come delle lumache senza permesso di soggiorno per il guscio, e sono in contatto radio con il colonnello Giugliacci, che pedina per loro, gli spostamenti delle perturbazioni.
Scartata l'eventualità di un accattonaggio dal retrogusto capitalistico, mi abbatto come l'anticiclone delle Azzorre, sul sentiero che conduce alla beneamata dimora.
Ho abbandonato ogni spoglia razionale, non sono una donna, ma un tripudio di istinti primordiali. Non è il fard a rendermi paonazzo il volto, ma pece rossa cosparsa per propiziare il mio rituale di sepoltura primitivo: infatti attendo fiduciosamente, di stendermi in posizione fetale sul tavolo della cucina, con il volto ad est in direzione dei fornelli.
Arrivo nei pressi del portone, e con gli ultimi residui di lucidità sto girando la chiave nella toppa, quando un sibilo molesto, richiama la mia attenzione.
E qui compio un maledettissimo errore.
Avendo gli istinti allertati, automaticamente, semigiro il capo verso la fonte sonora che ho captato. Il mio sistema immunitario tuttavia, deve aver intuito il pericolo e impedisce la rotazione totale del corpo, in favore del fruscio che ha distolto i miei intenti funebri.
Purtroppo ho già dato un lieve segno di disponibilità all'interazione umana. Cerco di richiudere il varco che mio malgrado, ho lasciato intravedere, tentando di murarmi viva.
Magari un altro individuo passerebbe oltre, ma non lui: il PAZZO!
Gridando acutamente il mio nome, manda definitivamente a puttane il tentativo edile di muro a secco, dietro il quale mi sarei trincerata.
E'inequivocabile, le consonanti che ha urlato corrispondono alla mia identità anagrafica: è proprio me che vuole! Faccio un profondo respiro, ma so che non basta. Passo direttamente ad un tempestivo areosol che mi infonda coraggio e giro sui tacchi sfoderando un sorriso finto-paresi.
Lo stupore misto a letizia che il mio volto mima, è il risultato di anni di studio. Tolgo dalla mia testa il berretto di giornale, getto via la calce, della quale cospargerei il mio interlocutore, e mi predispongo malamente, ad una mezzoretta di chiacchiere unilaterali, subite ed assecondate, con un ritmico intervallo di vocali interposte ad arte, con annesso cenno di assenso del capo.
Infatti annuisco a casaccio. Nella mia testa parate di scimmie urlatrici, manifestano rumorosamente, rivendicando il diritto di non registrare quanto costui dice.
Il ragazzino che ho di fronte, è un agglomerato dei peggiori stereotipi della tv italiana.
Esile come un fuscello, alto come un cespuglio di Belle di notte, conserva tra i capelli, tracce evidenti di meches che, a suo parere insindacabile, gli conferivano un look da personaggio.
A mio giudizio, lo rendevano un cesso con un copriwater biondo!
Divergenza di opinioni suppongo.
Il re dei canneti, è agghindato con una maglia che non risparmia alcun colore del creato.
Lui è il reflusso gastroesofageo dell'arcobaleno.
Ovviamente ogni suo dettaglio è griffato. Ogni suo particolare è mal assemblato e discutibile.
La bocca è una fornace quadrata che produce minchiate calde. Le labbra precipitano sugli incisivi, creando uno strano ghigno che lascia intravedere degli spazi laterali.
Costui è evidentemente avvezzo ad ospitare nel cavo orale, dei diametri considerevoli.
Tuttavia, infondo coraggio alle mie retine, e sostengo visivamente la sua effigie arlecchinesca e frocia. Ciò che trovo davvero intollerabile tuttavia, è la vagonata di cazzate che spara con finta modestia.
Il caro diciannovenne vanta, infatti, un curriculum d'attore, che un' ingombrante dizione abruzzese smentisce implacabilmente. Leone di Lernia al confronto, saprebbe declamare Shakespeare in modo ultraterreno.
Ad aggravare la precaria condizione fonetica, l'imperante presenza di una "S" terribilmente blesa.
Il nostro Gassman della pastorizia, farnetica di un regista folgorato dalla sua bravura, disposto a tutto pur di averlo nel suo film.
Io trattengo a stento i miei succhi gastrici dal proposito di un battesimo profano.
Il pupillo dell'Appennino centrale, guarda caso, sarebbe in un momento di empasse artistica, dal quale non intende uscire.
Non vorrebbe inflazionare la sua fulgente immagine, dice.
L'apatia ed il vuoto di senso che costellano la sua esistenza, gli impediscono momentaneamente, di prendere parte ad un film.
Guarda la puttanaladramiseria del caso.
Destino accanito e crudele che priva il cinema italiano di un così lampante talento!
La mia vita ha subito una scossa tellurica inenarrabile. Sono proprio io che rammaricata, prendo a pugni il portone: come farò a vivere, mialaladradellasventura!
IO DESIDERO SOLO PRENDERLO A RANDELLATE PODEROSE.
Ha letteralmente consumato la mia pazienza, e con perizia scultorea, MI HA SCALPELLATO I COGLIONI, rendendoli due capitelli corinzi girevoli.
Non c'è modo di interagire con il suo ego delirante. Non c'è modo di indurlo alla ragione, smantellando definitivamente le fregnacce che la sua bocca omnicomprensiva, elargisce.
Io voglio solo andare a casa, cospargermi di candeggina ace gentile, e darmi fuoco per protesta!
Ma perchè il cielo ingrato, immette sulla mia strada simili molluschi mitomani, che ignorano il senso del reale e del vero?
Non basta. Lui ha deciso di succhiarmi l'anima.
Ricchione di merda.
Mi parla di un premio che l'indomani avrebbe ricevuto inspiegabilmente, come più giovane imprenditore d'Italia.
Io gli farei gavettoni di bile.
Lui è logorroico, non cede terreno ai tentativi di fiondarmi sulle scale. Non si accorge del mio sguardo vacuo? Non vede il mio colorito verdastro? Non nota il tremore della mascella innervosita?
No!
Sta facendo rafting, nel fiume in piena dell' autocelebrazione!
Io ormai sono l'ombra di me stessa. Approfitto di una sua pausa per riprendere fiato.
L'unico modo per distruggerlo è spararne una più grossa.
Imbastisco una scusa stronza :"scusami ora scappo, devo preparare i tramezzini, sai, domani salpo con il team di luna rossa!" . Lui abbozza un sorrisetto sorpreso! Io incalzo serissima, " E cmq ascoltami, non perdere l'occasione del film, ma sappi che quasi sicuramente quel regista ti chiederà il culo". FIDATI!
Sorrido. Lui no.
Deve essere caduto nella corrente della rapida narcisistica che stava calvacando. Io di sicuro gli ho bucato i braccioli.
Vorrei sapere chi predispone gli incontri da fare, nei momenti meno opportuni.
E' l'ora di pranzo.
Sono all'uscita da lavoro, con un semicerchio evidente alla testa, che mi rende molto simile alla statua della madonna dell'Incoronata.
Sono assonnata, affamata, e con la vescica piena come una invicta in gita.
La mia scala di priorità è tarata su bisogni elementari coniugati all'infinito: mangiare, fare pipì, dormire, defungere.
Ho un elettroencefalogramma al plasma: ultrapiatto.
In tale stato avanzato di imbarbarimento, intraprendo la via di casa, sfruttandone astutamente la pendenza. Fosse stata in salita e controvento, mi sarei abbandonata all'uscita della metro, senza batter ciglio. Sicuramente dopo una dormitina sull'asfalto, avrei avviato un franchising di ombrelli con gli ambulanti pakistani.
Basta una sola goccia di pioggia, (ma va bene anche uno sputo dal terzo piano ), ed eccoli materializzarsi con un'offerta vastissima, d'ogni foggia e colore. Escono con l'umidità, come delle lumache senza permesso di soggiorno per il guscio, e sono in contatto radio con il colonnello Giugliacci, che pedina per loro, gli spostamenti delle perturbazioni.
Scartata l'eventualità di un accattonaggio dal retrogusto capitalistico, mi abbatto come l'anticiclone delle Azzorre, sul sentiero che conduce alla beneamata dimora.
Ho abbandonato ogni spoglia razionale, non sono una donna, ma un tripudio di istinti primordiali. Non è il fard a rendermi paonazzo il volto, ma pece rossa cosparsa per propiziare il mio rituale di sepoltura primitivo: infatti attendo fiduciosamente, di stendermi in posizione fetale sul tavolo della cucina, con il volto ad est in direzione dei fornelli.
Arrivo nei pressi del portone, e con gli ultimi residui di lucidità sto girando la chiave nella toppa, quando un sibilo molesto, richiama la mia attenzione.
E qui compio un maledettissimo errore.
Avendo gli istinti allertati, automaticamente, semigiro il capo verso la fonte sonora che ho captato. Il mio sistema immunitario tuttavia, deve aver intuito il pericolo e impedisce la rotazione totale del corpo, in favore del fruscio che ha distolto i miei intenti funebri.
Purtroppo ho già dato un lieve segno di disponibilità all'interazione umana. Cerco di richiudere il varco che mio malgrado, ho lasciato intravedere, tentando di murarmi viva.
Magari un altro individuo passerebbe oltre, ma non lui: il PAZZO!
Gridando acutamente il mio nome, manda definitivamente a puttane il tentativo edile di muro a secco, dietro il quale mi sarei trincerata.
E'inequivocabile, le consonanti che ha urlato corrispondono alla mia identità anagrafica: è proprio me che vuole! Faccio un profondo respiro, ma so che non basta. Passo direttamente ad un tempestivo areosol che mi infonda coraggio e giro sui tacchi sfoderando un sorriso finto-paresi.
Lo stupore misto a letizia che il mio volto mima, è il risultato di anni di studio. Tolgo dalla mia testa il berretto di giornale, getto via la calce, della quale cospargerei il mio interlocutore, e mi predispongo malamente, ad una mezzoretta di chiacchiere unilaterali, subite ed assecondate, con un ritmico intervallo di vocali interposte ad arte, con annesso cenno di assenso del capo.
Infatti annuisco a casaccio. Nella mia testa parate di scimmie urlatrici, manifestano rumorosamente, rivendicando il diritto di non registrare quanto costui dice.
Il ragazzino che ho di fronte, è un agglomerato dei peggiori stereotipi della tv italiana.
Esile come un fuscello, alto come un cespuglio di Belle di notte, conserva tra i capelli, tracce evidenti di meches che, a suo parere insindacabile, gli conferivano un look da personaggio.
A mio giudizio, lo rendevano un cesso con un copriwater biondo!
Divergenza di opinioni suppongo.
Il re dei canneti, è agghindato con una maglia che non risparmia alcun colore del creato.
Lui è il reflusso gastroesofageo dell'arcobaleno.
Ovviamente ogni suo dettaglio è griffato. Ogni suo particolare è mal assemblato e discutibile.
La bocca è una fornace quadrata che produce minchiate calde. Le labbra precipitano sugli incisivi, creando uno strano ghigno che lascia intravedere degli spazi laterali.
Costui è evidentemente avvezzo ad ospitare nel cavo orale, dei diametri considerevoli.
Tuttavia, infondo coraggio alle mie retine, e sostengo visivamente la sua effigie arlecchinesca e frocia. Ciò che trovo davvero intollerabile tuttavia, è la vagonata di cazzate che spara con finta modestia.
Il caro diciannovenne vanta, infatti, un curriculum d'attore, che un' ingombrante dizione abruzzese smentisce implacabilmente. Leone di Lernia al confronto, saprebbe declamare Shakespeare in modo ultraterreno.
Ad aggravare la precaria condizione fonetica, l'imperante presenza di una "S" terribilmente blesa.
Il nostro Gassman della pastorizia, farnetica di un regista folgorato dalla sua bravura, disposto a tutto pur di averlo nel suo film.
Io trattengo a stento i miei succhi gastrici dal proposito di un battesimo profano.
Il pupillo dell'Appennino centrale, guarda caso, sarebbe in un momento di empasse artistica, dal quale non intende uscire.
Non vorrebbe inflazionare la sua fulgente immagine, dice.
L'apatia ed il vuoto di senso che costellano la sua esistenza, gli impediscono momentaneamente, di prendere parte ad un film.
Guarda la puttanaladramiseria del caso.
Destino accanito e crudele che priva il cinema italiano di un così lampante talento!
La mia vita ha subito una scossa tellurica inenarrabile. Sono proprio io che rammaricata, prendo a pugni il portone: come farò a vivere, mialaladradellasventura!
IO DESIDERO SOLO PRENDERLO A RANDELLATE PODEROSE.
Ha letteralmente consumato la mia pazienza, e con perizia scultorea, MI HA SCALPELLATO I COGLIONI, rendendoli due capitelli corinzi girevoli.
Non c'è modo di interagire con il suo ego delirante. Non c'è modo di indurlo alla ragione, smantellando definitivamente le fregnacce che la sua bocca omnicomprensiva, elargisce.
Io voglio solo andare a casa, cospargermi di candeggina ace gentile, e darmi fuoco per protesta!
Ma perchè il cielo ingrato, immette sulla mia strada simili molluschi mitomani, che ignorano il senso del reale e del vero?
Non basta. Lui ha deciso di succhiarmi l'anima.
Ricchione di merda.
Mi parla di un premio che l'indomani avrebbe ricevuto inspiegabilmente, come più giovane imprenditore d'Italia.
Io gli farei gavettoni di bile.
Lui è logorroico, non cede terreno ai tentativi di fiondarmi sulle scale. Non si accorge del mio sguardo vacuo? Non vede il mio colorito verdastro? Non nota il tremore della mascella innervosita?
No!
Sta facendo rafting, nel fiume in piena dell' autocelebrazione!
Io ormai sono l'ombra di me stessa. Approfitto di una sua pausa per riprendere fiato.
L'unico modo per distruggerlo è spararne una più grossa.
Imbastisco una scusa stronza :"scusami ora scappo, devo preparare i tramezzini, sai, domani salpo con il team di luna rossa!" . Lui abbozza un sorrisetto sorpreso! Io incalzo serissima, " E cmq ascoltami, non perdere l'occasione del film, ma sappi che quasi sicuramente quel regista ti chiederà il culo". FIDATI!
Sorrido. Lui no.
Deve essere caduto nella corrente della rapida narcisistica che stava calvacando. Io di sicuro gli ho bucato i braccioli.
lunedì 4 febbraio 2008
Per il verso giusto
Il lunedì mattina è sempre un trauma svegliarsi e vivere.
Se piove poi, vorresti solo biodegradarti nelle lenzuola e diventare Humus.
La prospettiva del licenziamento non ti fa paura, i desideri di emancipazione possono anche andare a fare in culo.
A te basta quel letto, quel cuscino, e la vostra storia d'amore interrotta bruscamente dalla sveglia.
A rovinare il quadro idilliaco della morbida relazione, il ridestarsi della coscienza, che purtroppo non tace mai, e che inizia a battibeccare con la tua accidia. Il dialogo è acceso e lo scambio di battutte diviene pressante. Nella tua testa ha luogo una riunione di condominio tra tenori.
Alla fine prevale la parte razionale, che fuga le nebbie residue del sonno, e ti fa alzare le chiappe dal letto, anche perchè tutto quel tramestio di voci interiori, ti ha già rotto i coglioni.
E' appena iniziata una nuova settimana, e già hai tre quarti di minchia scassata.
Ma decidi di fare uno step successivo e di ristabilire un certo assetto positivo.
Mi lavo, mi vesto, mi trucco.
Con un semisorriso.
Esco di casa, e appena varcata la soglia del portone, un gocciolone d'acqua della portata specifica di un catino, mi piomba preciso ed implacabile sull'occhio destro.
Proprio sulla palpebra.
ECCHECCAZZO!
Il trucco appena cazzuolato meticolosamente, non avendo avuto il tempo bastevole per sedimentarsi, si è sparso a casaccio sulla guancia destra.
Sono ufficialmente un dalmata!
Mi auguro nel profondo del cuore, che nei paragi non vi sia nessuna donna dal cuoio capelluto bicolore e dalle manie strambe, che nutra il desiderio di una pelliccia fatta di pelle umana macchiata.
Il mio volto è un quadro di Monet: fa impressione!
Iniziamo davvero male.
Risalgo i sette piani fischiettando il Dies Irae di Mozart e bestemmiando in dialetto: una mia personale esecuzione dei Carmina BURINA!
Piombo nella mia stanza e con dosi massicce di Vetril, riesco a limitare l'alone scuro che è apposto come ghirlanda funebre all'occhio.
Va molto meglio: sembro uscita dalle publicità progresso per la violenza sulle donne!
Finalmente, in ritardo notevole, riesco a prendere la metro.
E nella calca finisco di fronte ad un omuncolo, davvero singolare.
Lui inizia a fissarmi con aria accigliata, e con un misto di dissenso e compatimento negli occhi.
Io suppongo dovrei rispondergli con voce tremula che sono caduta dalle scale, che non è colpa di mio marito se accidentalmente ha "alzato il gomito" prendendomi l'occhio.
Sono decisamente calata nelle parte.
Mi ravvedo, lui persiste nello sguardo indagatore. Dentro me la consueta e soave vocina inizia una recitazione aulica in versi:
"or dunque perchè volger i tuoi occhi al nero alone?
Perchè guardi e non favelli, brutto coglione?
Di problemi tuoi ne hai ben donde, si vede, ed io non t' accuso
Ma se insisti sarò costretta a dartela 'na scarpata sul muso.
Non si trattò d'esser sottomessa come al carro i buoi,
dunque ti ripeto, fatti 'na spaghettata di cazzi tuoi.
Non fu oltraggiato di primo mattino il mio occhio,
e allora, perchè fissi ancora, grandissimo finocchio?"
Ovviamente la nobile declamazione, non sortisce effetto.
L'ominide è sempre intento a scrutare nei meandri della mia psicolgia.
Ha gli occhiali tartarugati ed una attaccatura dei capelli decisamente alta, che lascia scoperta una enorme fetta di fronte. Quest'uomo ha spazio.
Se fosse un fervente papa boys e sventolasse delle bandierine pro-vaticano in mezzo alla strada, gli atterrerebbero gli aerei addosso.
In compenso possiede un folto ciuffo alla Elvis.
Peccato sia all'altezza del cervelletto.
Ha delle dita esili, femminili oserei quasi dire, se a smentirne clmaorosamente l'efebicita', non ci fosse uno strato fitto di peluria, disciplinato di lato.
Tutto lascia presagire una meticolosa messa in piega dei peli.
Ha le fattezze di un levrievo afgano appena uscito dall'acqua, ed esposto ad una brezza obliqua.
Il nostro amico a quattro zampe, dagli occhi cerchiati di testuggine, deve aver intuito il mio fastidio, per la sua insistenza molesta.
Decide di darmi prova di superiorità, ostentando piccato, un disinteresse nuovo di zecca.
Ed infatti è con manifesta alterigia, che afferra dalla sua ventiquattro ore di pelle nera lucida, l'ultima copia di "CHI".
Io ed il mio occhio nero lo fissiamo estasiati.
Quale dichiarazione di discrezione, quale dimostrazione di virilità, nel sventolare il vessillo del pettegolezzo.
E' un uomo nerboruto, quello che mi siede di fronte, umettandosi le dita da elfo, per sfogliare nervosamente la rivista filosofica.
Costui sa il fatto suo, ma soprattutto quelli degli altri.
Il nostro caro Perpetuo, si immerge nelle beghe personali di quella attrice, le cui tette ipertrofiche sono il saldo evidente, di una natura pronta a supplire l'avarizia riservata all'attribuizione di neuroni funzionanti.
Ma la rivista è una copertura, lui è evidentemente in ascolto.
Gli occhi sono sul CHI, ma le orecchie su un più interessante chi va là.
E dio lo accontenta.
Infatti gli siede accanto una ragazza che narra di sue recenti disavventure burocratiche legate al rinnovo della carta di identità.
La pulzella racconta a voce alta.
Il nostro uomo malcela, il ficcanasare.
Io degusto la scena in modo manifesto, avvertendo la mancanza di snack da sgranocchiare.
La narratrice continua imperterrita la telecronaca del suo vissuto, ed infine mostra la prova evidente della vittoria riportata sulla vecchia cara burocrazia, sfilando il documento dalla giacca, e mostrando con fierezza al suo uomo, la nuova fotografia.
Quale ghiotta occasione!
Il nostro levriero, con fare lumachesco, estrae il collo dalle spalle, spostandolo lateralmente con maestria. E' la dimostrazione acclarata di una abilità acquisita in anni di spionaggio.
Inarca quanto più umanamente può le sopracciglia, perchè possa lanciare l'occhiata definitiva ed esauriente ai dati anagrafici della ragazza. Nel fare questo assume l'espressione da coglione stupito.
E qui, lo stesso dio che gli ha reso la situazione propizia, decide di punirlo.
Una oscillazione più consistente della metro,infatti, fa cadere il nostro agente del
KE GHE BBUO'( la versione partenopea del kgb), posto in uno stentato equilibrio precario.
Lo stronzo infatti capitola in avanti, rovinando sulla ventiquattro ore, e sgualcendo definitivamente il chi!
Dinanzi a cotanta meraviglia la vocina della mia testa ha ripreso il verseggiare:
"Ti avvisai notte tempo del rischio,
non te ne curasti dicendo -me ne infischio-
fosti caparbio ed imperterrito come un mulo
ed è per tal cagione che lo prendesti pel culo.
Caduto in terra in cotal guisa, mi donasti sollazzo,
te l'avevo detto io, brutta testa di cazzo"
Se piove poi, vorresti solo biodegradarti nelle lenzuola e diventare Humus.
La prospettiva del licenziamento non ti fa paura, i desideri di emancipazione possono anche andare a fare in culo.
A te basta quel letto, quel cuscino, e la vostra storia d'amore interrotta bruscamente dalla sveglia.
A rovinare il quadro idilliaco della morbida relazione, il ridestarsi della coscienza, che purtroppo non tace mai, e che inizia a battibeccare con la tua accidia. Il dialogo è acceso e lo scambio di battutte diviene pressante. Nella tua testa ha luogo una riunione di condominio tra tenori.
Alla fine prevale la parte razionale, che fuga le nebbie residue del sonno, e ti fa alzare le chiappe dal letto, anche perchè tutto quel tramestio di voci interiori, ti ha già rotto i coglioni.
E' appena iniziata una nuova settimana, e già hai tre quarti di minchia scassata.
Ma decidi di fare uno step successivo e di ristabilire un certo assetto positivo.
Mi lavo, mi vesto, mi trucco.
Con un semisorriso.
Esco di casa, e appena varcata la soglia del portone, un gocciolone d'acqua della portata specifica di un catino, mi piomba preciso ed implacabile sull'occhio destro.
Proprio sulla palpebra.
ECCHECCAZZO!
Il trucco appena cazzuolato meticolosamente, non avendo avuto il tempo bastevole per sedimentarsi, si è sparso a casaccio sulla guancia destra.
Sono ufficialmente un dalmata!
Mi auguro nel profondo del cuore, che nei paragi non vi sia nessuna donna dal cuoio capelluto bicolore e dalle manie strambe, che nutra il desiderio di una pelliccia fatta di pelle umana macchiata.
Il mio volto è un quadro di Monet: fa impressione!
Iniziamo davvero male.
Risalgo i sette piani fischiettando il Dies Irae di Mozart e bestemmiando in dialetto: una mia personale esecuzione dei Carmina BURINA!
Piombo nella mia stanza e con dosi massicce di Vetril, riesco a limitare l'alone scuro che è apposto come ghirlanda funebre all'occhio.
Va molto meglio: sembro uscita dalle publicità progresso per la violenza sulle donne!
Finalmente, in ritardo notevole, riesco a prendere la metro.
E nella calca finisco di fronte ad un omuncolo, davvero singolare.
Lui inizia a fissarmi con aria accigliata, e con un misto di dissenso e compatimento negli occhi.
Io suppongo dovrei rispondergli con voce tremula che sono caduta dalle scale, che non è colpa di mio marito se accidentalmente ha "alzato il gomito" prendendomi l'occhio.
Sono decisamente calata nelle parte.
Mi ravvedo, lui persiste nello sguardo indagatore. Dentro me la consueta e soave vocina inizia una recitazione aulica in versi:
"or dunque perchè volger i tuoi occhi al nero alone?
Perchè guardi e non favelli, brutto coglione?
Di problemi tuoi ne hai ben donde, si vede, ed io non t' accuso
Ma se insisti sarò costretta a dartela 'na scarpata sul muso.
Non si trattò d'esser sottomessa come al carro i buoi,
dunque ti ripeto, fatti 'na spaghettata di cazzi tuoi.
Non fu oltraggiato di primo mattino il mio occhio,
e allora, perchè fissi ancora, grandissimo finocchio?"
Ovviamente la nobile declamazione, non sortisce effetto.
L'ominide è sempre intento a scrutare nei meandri della mia psicolgia.
Ha gli occhiali tartarugati ed una attaccatura dei capelli decisamente alta, che lascia scoperta una enorme fetta di fronte. Quest'uomo ha spazio.
Se fosse un fervente papa boys e sventolasse delle bandierine pro-vaticano in mezzo alla strada, gli atterrerebbero gli aerei addosso.
In compenso possiede un folto ciuffo alla Elvis.
Peccato sia all'altezza del cervelletto.
Ha delle dita esili, femminili oserei quasi dire, se a smentirne clmaorosamente l'efebicita', non ci fosse uno strato fitto di peluria, disciplinato di lato.
Tutto lascia presagire una meticolosa messa in piega dei peli.
Ha le fattezze di un levrievo afgano appena uscito dall'acqua, ed esposto ad una brezza obliqua.
Il nostro amico a quattro zampe, dagli occhi cerchiati di testuggine, deve aver intuito il mio fastidio, per la sua insistenza molesta.
Decide di darmi prova di superiorità, ostentando piccato, un disinteresse nuovo di zecca.
Ed infatti è con manifesta alterigia, che afferra dalla sua ventiquattro ore di pelle nera lucida, l'ultima copia di "CHI".
Io ed il mio occhio nero lo fissiamo estasiati.
Quale dichiarazione di discrezione, quale dimostrazione di virilità, nel sventolare il vessillo del pettegolezzo.
E' un uomo nerboruto, quello che mi siede di fronte, umettandosi le dita da elfo, per sfogliare nervosamente la rivista filosofica.
Costui sa il fatto suo, ma soprattutto quelli degli altri.
Il nostro caro Perpetuo, si immerge nelle beghe personali di quella attrice, le cui tette ipertrofiche sono il saldo evidente, di una natura pronta a supplire l'avarizia riservata all'attribuizione di neuroni funzionanti.
Ma la rivista è una copertura, lui è evidentemente in ascolto.
Gli occhi sono sul CHI, ma le orecchie su un più interessante chi va là.
E dio lo accontenta.
Infatti gli siede accanto una ragazza che narra di sue recenti disavventure burocratiche legate al rinnovo della carta di identità.
La pulzella racconta a voce alta.
Il nostro uomo malcela, il ficcanasare.
Io degusto la scena in modo manifesto, avvertendo la mancanza di snack da sgranocchiare.
La narratrice continua imperterrita la telecronaca del suo vissuto, ed infine mostra la prova evidente della vittoria riportata sulla vecchia cara burocrazia, sfilando il documento dalla giacca, e mostrando con fierezza al suo uomo, la nuova fotografia.
Quale ghiotta occasione!
Il nostro levriero, con fare lumachesco, estrae il collo dalle spalle, spostandolo lateralmente con maestria. E' la dimostrazione acclarata di una abilità acquisita in anni di spionaggio.
Inarca quanto più umanamente può le sopracciglia, perchè possa lanciare l'occhiata definitiva ed esauriente ai dati anagrafici della ragazza. Nel fare questo assume l'espressione da coglione stupito.
E qui, lo stesso dio che gli ha reso la situazione propizia, decide di punirlo.
Una oscillazione più consistente della metro,infatti, fa cadere il nostro agente del
KE GHE BBUO'( la versione partenopea del kgb), posto in uno stentato equilibrio precario.
Lo stronzo infatti capitola in avanti, rovinando sulla ventiquattro ore, e sgualcendo definitivamente il chi!
Dinanzi a cotanta meraviglia la vocina della mia testa ha ripreso il verseggiare:
"Ti avvisai notte tempo del rischio,
non te ne curasti dicendo -me ne infischio-
fosti caparbio ed imperterrito come un mulo
ed è per tal cagione che lo prendesti pel culo.
Caduto in terra in cotal guisa, mi donasti sollazzo,
te l'avevo detto io, brutta testa di cazzo"
domenica 3 febbraio 2008
Le de Fonseca robot
Ieri sono andata al supermercato.
Erano settimane che non ne varcavo la soglia.
Appena entrata, ho visto i cassieri commossi. Temevano mi fosse accaduto qualcosa.
Io li ho rassicurati dicendo loro che si trattava della solita pigrizia, quella che mi spinge ai confini dell'ade, pur di non fare la spesa.
Nel frigo erano rimasti solo i dadi Star, che non potendo essere impiegati con nessun alimento, sono stati prontamente riutilizzati per giocare ad un monopoli dal gusto più rotondo.
Tuttavia il fondo effettivo, è stato raschiato, quando desiderando uno spuntino fugace, e non avendo nulla che potesse soddisfare tale voglia, ho riesumato una porzione di polenta Valsugana, che alle cinque del pomeriggio ho sorseggiato con un applombe british-brianzolo.
Non so per quale motivo, ma questo è un periodo di mollezza di costumi.
Anche nel monoloculo che ho per stanza, vige il più assoluto disordine.
Dovrei rassettare, sarebbe necessario.
Sono certa che facendo ordine tra le ere geologiche di vestiti sulla sedia, potrei addirittura fare delle scoperte archeologiche sensazionali: bambini rimasti nascosti dall'ottantasei di cui è stata denunciata la scomparsa, alimenti fuori produzione, boy band sciolte da tempo.
Che cazzo!
Io ho una abilità senza pari: catalizzo il disordine.
Anche se fossi in San Pietro e mi togliessi la giacca, sono sicura che riuscirei ad appoggiarla sull'altare.
Sarei capace anche di sparpagliare le ostie. Con rispetto, si intende.
Mia madre mi odia per questo!
Non è riuscita ad insegnarmi il comando per cui, all'azione di prendere un oggetto, sussegua quella di riporlo al suo posto originario.
Ai cani riesce. A me no.
Da piccola il disordine era la causa principale dei pestaggi materni.
Anche paterni a dire il vero, suppongo, per le pari opportunità nella coppia.(Che culo la democrazia!)
Mia madre era disperata.
Avrei preferito suicidarmi, mettendo la testa nel dolce forno, piuttosto che raccogliere i giocattoli sparsi in ogni dove.
Tale odiosa problematica non si poneva con le bambole, che accatastavo prontamente, le une sulle altre, come in una variopinta fossa comune.
L'operazione infatti, non richiedeva grossi sforzi!
Le pupattole erano docilmente coscienti del loro destino, sapevano che alle otto di sera, sarebbe passato un monatto biondo a raccattare i loro corpi. L'unica che opponeva resistenza era quella rompicoglioni di CICCI CAPRICCI, che come è facilmente deducibile dal nome, era il pezzo di plastica più petulante che avessi mai posseduto in vita mia.
Il vero dramma aveva luogo quando bisognava sgombrare la cucina dai puffi. Io riuscivo ad edificare dei villaggi alpitour, dove la parola d'ordine era la compresenza pacifica della multiculturalità. La massiccia moltitudine dei nani blu infatti, coabitava placidamente, con una variegata presenza di pupazzi, appartenenti alle più disparate etnie: leoni, ippopotami, coccodrilli, panda ...
Erano ovunque, ed erano migliaia.
Ovviamente le sollecitazioni materne per ricostituire l'ordine, avevano una scala di pericolosità che oscillava dall'esortazione vezzeggiativa, alla più implacabile ira imprecante.
Mia madre possiede una voce acutissima.
Quando lei urla, molti cani smarriti nel Winsconsin, avvertono il richiamo, ritrovando facilmente la via di casa.
E per casa intendo la nostra!
Dopo anni di apprendistato, a suon di schiaffi in culo, capii per l'appunto, il segreto della tempistica adatta, per evitare che le minacce dei genitori divenissero realtà dolorante.
Tra il primo avvertimento premuroso, e la soglia del non ritorno, c'era una zona intermedia nella quale era ancora possibile una collaborazione di parti. Tutti uniti nello sforzo comune di bonificare il villaggio alpitour dei puffi.
Tuttavia amavo il rischio, e mi piaceva perversamente portare la genitrice al limite della non belligeranza.
Oltrepassandolo sempre.
Il pericolo d'altronde, era il mio secondo mestiere.( il primo era sfasciare i maroni!)
I matchs con mia madre erano rocamboleschi.
Visti dall'alto, sembravano inseguimenti automobilistici, di quelli in voga sulle tv americane.
Tuttavia la casa aveva dei limiti spaziali evidenti.
Ahh se avessi potuto percorrere le corsie autostradali con mia madre alle calcagna, allora si, che avrei lasciato quella donna con un pugno di mosche!
Ma ovviamente la realtà era ben altra.
Da piccoli, bisognerebbe affinare una sorta di astuzia stagionale, decidendo a priori i periodi dell'anno in cui combinare disastri.
Ad esempio, l'inverno si presta di gran lunga, la pelle è al coperto, e la flanella attutisce di molto le percosse.
Di conseguenza con le belle stagioni, consiglierei ai pargoli di non rompere i coglioni negli appartamenti e di giocare all'aria aperta.
L'estate, infatti, è un tripudio di gambe scoperte, e gli schiaffi sulla pelle nuda, hanno tutto un altro sapore.
Tuttavia, la situazione peggiorò notevolmente quando la mia genitrice, sfiancata dagli inseguimenti, mise a punto un'arma di distruzione di massa: LA CIABATTA.
Bush avrebbe ottenuto molte più cose se, invece di bombardare l'Iraq, fosse andato di persona a minacciare i membri di Al Qaeda con uno zoccolo di gomma dura.
La ciabatta di mia madre, era di una lega studiata appositamente, nei laboratori chimici del mercato Rosati di Foggia.
Ed era dotata di un sensore radar capace di scovarmi in ogni ricovero di fortuna.
Il tutto con grande sollievo di mio padre, che potè riporre in garage, le fiaccole che abitualmente usava per stanarmi sotto il tavolo della cucina, mio rifugio peccatoris prediletto.
Il gusto delle mie fughe cambiò radicalmente.
Dalla cucina alla cameretta c'era un tratto x, da tenere ben in considerazione nel calcolo della tempistica di ritirata.
La presenza di un muro rotondo esponeva il fuggiasco ad una variabile imponderabile. Tuttavia, sorpassata incolume la curva, potevi dirti salvo.
Tale assunto fu smentito per sempre, nell'era del dominio della PANTOFOLA ROBOTICA!
In una delle ennesime corse per la vita, infatti, fui colta di sorpresa.
Avendo superato di gran carriera la curva, ero ad un passo dalla sicurezza, quando fui atterrata da una forza misteriora.
Mi voltai, e la vidi!
Era lei: la ciabatta!
Non solo mi aveva seguita, ma aveva svoltato l'angolo! Era radiocomandata!
Fui sopraffatta e vinta. Successivamente fui raggiunta e trascinata.
In cucina, c'erano tutti i giocattoli da riordinare. Fui giustiziata senza pietà davanti al tribunale dei puffi.
Il mio culo rimase a lungo targato de Fonseca.
Erano settimane che non ne varcavo la soglia.
Appena entrata, ho visto i cassieri commossi. Temevano mi fosse accaduto qualcosa.
Io li ho rassicurati dicendo loro che si trattava della solita pigrizia, quella che mi spinge ai confini dell'ade, pur di non fare la spesa.
Nel frigo erano rimasti solo i dadi Star, che non potendo essere impiegati con nessun alimento, sono stati prontamente riutilizzati per giocare ad un monopoli dal gusto più rotondo.
Tuttavia il fondo effettivo, è stato raschiato, quando desiderando uno spuntino fugace, e non avendo nulla che potesse soddisfare tale voglia, ho riesumato una porzione di polenta Valsugana, che alle cinque del pomeriggio ho sorseggiato con un applombe british-brianzolo.
Non so per quale motivo, ma questo è un periodo di mollezza di costumi.
Anche nel monoloculo che ho per stanza, vige il più assoluto disordine.
Dovrei rassettare, sarebbe necessario.
Sono certa che facendo ordine tra le ere geologiche di vestiti sulla sedia, potrei addirittura fare delle scoperte archeologiche sensazionali: bambini rimasti nascosti dall'ottantasei di cui è stata denunciata la scomparsa, alimenti fuori produzione, boy band sciolte da tempo.
Che cazzo!
Io ho una abilità senza pari: catalizzo il disordine.
Anche se fossi in San Pietro e mi togliessi la giacca, sono sicura che riuscirei ad appoggiarla sull'altare.
Sarei capace anche di sparpagliare le ostie. Con rispetto, si intende.
Mia madre mi odia per questo!
Non è riuscita ad insegnarmi il comando per cui, all'azione di prendere un oggetto, sussegua quella di riporlo al suo posto originario.
Ai cani riesce. A me no.
Da piccola il disordine era la causa principale dei pestaggi materni.
Anche paterni a dire il vero, suppongo, per le pari opportunità nella coppia.(Che culo la democrazia!)
Mia madre era disperata.
Avrei preferito suicidarmi, mettendo la testa nel dolce forno, piuttosto che raccogliere i giocattoli sparsi in ogni dove.
Tale odiosa problematica non si poneva con le bambole, che accatastavo prontamente, le une sulle altre, come in una variopinta fossa comune.
L'operazione infatti, non richiedeva grossi sforzi!
Le pupattole erano docilmente coscienti del loro destino, sapevano che alle otto di sera, sarebbe passato un monatto biondo a raccattare i loro corpi. L'unica che opponeva resistenza era quella rompicoglioni di CICCI CAPRICCI, che come è facilmente deducibile dal nome, era il pezzo di plastica più petulante che avessi mai posseduto in vita mia.
Il vero dramma aveva luogo quando bisognava sgombrare la cucina dai puffi. Io riuscivo ad edificare dei villaggi alpitour, dove la parola d'ordine era la compresenza pacifica della multiculturalità. La massiccia moltitudine dei nani blu infatti, coabitava placidamente, con una variegata presenza di pupazzi, appartenenti alle più disparate etnie: leoni, ippopotami, coccodrilli, panda ...
Erano ovunque, ed erano migliaia.
Ovviamente le sollecitazioni materne per ricostituire l'ordine, avevano una scala di pericolosità che oscillava dall'esortazione vezzeggiativa, alla più implacabile ira imprecante.
Mia madre possiede una voce acutissima.
Quando lei urla, molti cani smarriti nel Winsconsin, avvertono il richiamo, ritrovando facilmente la via di casa.
E per casa intendo la nostra!
Dopo anni di apprendistato, a suon di schiaffi in culo, capii per l'appunto, il segreto della tempistica adatta, per evitare che le minacce dei genitori divenissero realtà dolorante.
Tra il primo avvertimento premuroso, e la soglia del non ritorno, c'era una zona intermedia nella quale era ancora possibile una collaborazione di parti. Tutti uniti nello sforzo comune di bonificare il villaggio alpitour dei puffi.
Tuttavia amavo il rischio, e mi piaceva perversamente portare la genitrice al limite della non belligeranza.
Oltrepassandolo sempre.
Il pericolo d'altronde, era il mio secondo mestiere.( il primo era sfasciare i maroni!)
I matchs con mia madre erano rocamboleschi.
Visti dall'alto, sembravano inseguimenti automobilistici, di quelli in voga sulle tv americane.
Tuttavia la casa aveva dei limiti spaziali evidenti.
Ahh se avessi potuto percorrere le corsie autostradali con mia madre alle calcagna, allora si, che avrei lasciato quella donna con un pugno di mosche!
Ma ovviamente la realtà era ben altra.
Da piccoli, bisognerebbe affinare una sorta di astuzia stagionale, decidendo a priori i periodi dell'anno in cui combinare disastri.
Ad esempio, l'inverno si presta di gran lunga, la pelle è al coperto, e la flanella attutisce di molto le percosse.
Di conseguenza con le belle stagioni, consiglierei ai pargoli di non rompere i coglioni negli appartamenti e di giocare all'aria aperta.
L'estate, infatti, è un tripudio di gambe scoperte, e gli schiaffi sulla pelle nuda, hanno tutto un altro sapore.
Tuttavia, la situazione peggiorò notevolmente quando la mia genitrice, sfiancata dagli inseguimenti, mise a punto un'arma di distruzione di massa: LA CIABATTA.
Bush avrebbe ottenuto molte più cose se, invece di bombardare l'Iraq, fosse andato di persona a minacciare i membri di Al Qaeda con uno zoccolo di gomma dura.
La ciabatta di mia madre, era di una lega studiata appositamente, nei laboratori chimici del mercato Rosati di Foggia.
Ed era dotata di un sensore radar capace di scovarmi in ogni ricovero di fortuna.
Il tutto con grande sollievo di mio padre, che potè riporre in garage, le fiaccole che abitualmente usava per stanarmi sotto il tavolo della cucina, mio rifugio peccatoris prediletto.
Il gusto delle mie fughe cambiò radicalmente.
Dalla cucina alla cameretta c'era un tratto x, da tenere ben in considerazione nel calcolo della tempistica di ritirata.
La presenza di un muro rotondo esponeva il fuggiasco ad una variabile imponderabile. Tuttavia, sorpassata incolume la curva, potevi dirti salvo.
Tale assunto fu smentito per sempre, nell'era del dominio della PANTOFOLA ROBOTICA!
In una delle ennesime corse per la vita, infatti, fui colta di sorpresa.
Avendo superato di gran carriera la curva, ero ad un passo dalla sicurezza, quando fui atterrata da una forza misteriora.
Mi voltai, e la vidi!
Era lei: la ciabatta!
Non solo mi aveva seguita, ma aveva svoltato l'angolo! Era radiocomandata!
Fui sopraffatta e vinta. Successivamente fui raggiunta e trascinata.
In cucina, c'erano tutti i giocattoli da riordinare. Fui giustiziata senza pietà davanti al tribunale dei puffi.
Il mio culo rimase a lungo targato de Fonseca.
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