mercoledì 21 maggio 2008

Reparto Geriatria del circo Togni

Non chiedetemi il perche'.
Non chiedetemi per quale oscuro motivo, qualche settimana fa, mi sia trovata in una delle situazioni piu' grottesche della mia vita.

Invitata da una donna adulta di mia conoscenza, ad una cena con i suoi amici.
Adulti anche loro.

Vecchi, a dire il vero.

Tra me e loro intercorreva una differenza notevole di anni.
Tra me e loro intercorreva il non aver preso parte ad almeno uno, dei conflitti bellici mondiali.
L'allegra compagnia nella sua interezza, associava al fantastico biennio '15-18, i best moment delle scuole superiori, lo sbocciare dei primi amori in trincea, i cori domenicali contro gli ultras della Triplice Intesa.


Il mio istinto mi aveva avvisata del pericolo.
Presagivo quanto fosse pessima l'idea, ma in ballo c'era una prospettiva pseudolavorativa!

In realta', credo di aver accettato soprattutto per puro senso cronachistico.
Per sfida nei riguardi della realta', e per appurare in via definitiva, quanto non vi sia mai limite al peggio.

Antropologicamente parlando, ero assolutamente curiosa di studiare l'habitat frequentato dalla donna sopraccitata, e di accertare in via definitiva, la veridicita' del vecchio adagio: "dimmi con chi vai e ti diro' se non vengo piu' "

Ebbene miei cari, lo spettacolo proffertomi non ha aggettivi bastevoli per essere descritto.
Ma non posso esimermi dal farlo.
Ho un obbligo morale.
DEVO rendervi partecipi, di cio' che i miei occhi hanno visto!

Eravamo in macchina alla volta di un locale inglobato nella piu' sperduta periferia di Roma.
Io impersonavo scientemente la parte narcotizzata di me, quella che non nutriva ne' pregiudizi ne' enormi reticenze, nei riguardi della donna a cui mi accompagnavo.

Trovandola una burina meschina, priva di qualsiasi gusto, senso critico ed ironia, potete prefigurarvi che immane sforzo stessi compiendo, nel tentativo di tenere a cuccia i rigurgiti pancreatici.

Ci fermiamo ad un'area di servizio, per attendere un paio di amici ai quali aveva dato appuntamento, in quel locus amoenus.
L'occasione le pare gradita per ragguagliarmi sulla tempra morale degli individui, che di li a breve, avrei avuto l'onore di conoscere.

Mi parla di un tale il cui soprannome raggelerebbe qualsiasi buona intenzione: Il POLIPO.
Un brivido di terrore e disgusto risale la mia schiena, come un mucchio selvaggio di salmoni ubriachi!
Un ghigno deforma le mie labbra.
Tento di tramutarlo in uno pseudo sorriso.
Mi riesce malissimo.
Se fossi in una fogna e avessi i capelli rossi, sarei scritturata per il sequel di IT.
Cerco di riavermi ed in tal modo placo i conati.
Il vomito avrebbe anticipatamente reso manifesto il mio commento alla serata.
Non potevo svelarmi.

Sopraggiunge una macchina.
Deve essere la Polipomachine.
E ....sorpresa delle sorprese, si palesa un omuncolo dall'altezza non pervenuta, terribilmente somigliante ad Emilio Fede!
Rettifico, costui e' il malleolo di Emilio Fede!
Viscido come un rifiuto organico, si avvicina alla sottoscritta.
Non riesco a domare le mie sopracciglia che si inarcano e si aggrottano furiosamente senza soluzione di continuita'.
Sbatto incessantemente le palpebre, come Baby Mia sotto LSD.
Scuoto la testa incredula.
Il satiro del tg4 mi bacia la mano, lasciando una scia indelebile sulla stessa, come se vi avesse strusciato furiosamente una lumaca, per vedere di nascosto l'effetto che fa.
In un istante, provo enorme stima per Muzio Scevola, desidero emularne le gesta cercando una fonte qualsiasi di calore per potermi rallegrare, con una ustione di terzo grado.

La mia mano e' compromessa.
Emilio Fede zompetta, felice di arrivami alle tette.
La bassa statura morale di quest'uomo, corrisponde esattamente a quella fisica!
Il vegliardo deve aver rispolverato il completo buono della comunione, indossato con disinvoltura e senza alcuna restrizione, vista la battuta d'arresto che la sua crescita ha subito, da quel giorno di 2000 anni fa.

Io ho la bocca rettangolare.
E' l'unica forma geometrica con cui riesco a dissimulare la maschera d'orrore affissa sul volto.
Devo somigliare ad un totem d'ebano.
Rientro in auto, forzando le giunture irrigiditesi irrimediabilmente.
Sono rivestita di parquet!

Arriviamo nel ristorante dimenticato da Dio.
E finalmente mi si palesa l'allegra brigata nella sua formazione completa.
Emilio Fede non era che il principio.
A rimarcare la diffusa sensazione di mostruosita' che attanaglia il mio animo, ecco profilarsi nel campo visivo un ominide di inenarrabile bruttezza.

E' un incocrio fra Davide Mengacci, Osvaldo Bevilacqua, ed il culo di un babbuino.
Mescolatene geneticamente i tratti.
Fatto?
Benissimo.
Ora infornate il composto ottenuto per buoni 30 min, fin quando non diventa rossiccio.
Quando avvertirete un forte sentore di vomito, allora avrete ottenuto cio' di cui vi stavo parlando: un essere piu' o meno umano, dalla pelle arrostita (Q.B.), brutto come un deretano scimmiesco.

A coronare cotanta beltade, matrigna natura aveva rivestito il tapino, di una siepe geometrica di capelli magenta, ispidi e trainati ostinatamente indietro da oscure forze.
Ebbene si, l'acconciatura del BELLLUOMO era stata pettinata da poderose tempeste magnetiche.
Se vi risulta arduo immaginare il risultato, e' possibile ammirare qualcosa di molto somigliante in una teca qualsiasi del museo egizio: un mummione rinsecchito, dal cranio esposto, con capelli di paglia e ossuta dentatura equina, in bella vista.

Le setole pel di carota, partivano tenacemente dal centro della testa, lasciando una larga fetta di fronte esposta al mondo.
Ma non credetela inerme!
A rallegrare la zona priva di vegetazione, ovviava infatti, un manto di inquietanti efelidi.
La definitiva degenerazione di un Ricky Cunninghams in via di decomposizione.

Il minchione abbrustolito, aveva un abbigliamento inaudito, tale da convincere per sempre gli aborigeni, a considerare l'uso dei vestiti un palese castigo dei demoni.
Il nostro Davide Minghiaccia, infatti, indossava sgraziatamente un paio di jeans a collo alto, modello finto giovane.
Lo stronzo di Riace portava suddetti calzoni, disinvoltamente sopra lo sterno, e dunque appena sotto l'epiglottide, considerandolo alto come una tibia di vacca.

A completare il fantastico trio, un troione russo della steppa.
Proveniente direttamente dagli anni ottanta.
La donna era vestita come una abajour di tulle nero, e possedeva la stessa capigliatura della buon anima di Mia Martini, solo in versione biondo Titty miope.
Il trucco che agghindava Irina il puttanone, era stato cosparso a casaccio da un facchino ubriaco.

Probabilmente nella madre patria, i reggiseni dovevano essere considerati un chiaro simbolo di capitalismo.
Irina infatti, fedele all'impronta politica della sua nazione, aveva totalmente evitato di indossarlo.
A conti fatti aveva al collo due bisacce pendule, che avrebbero fatto la gioia di qualsiasi bedduino assetato.
La baldracca keglevich, era assolutamente consapevole dell'attrattiva che il suo apparato mammario esercitava su quell'agglomerato di homini viscidissimis.
Ed infatti a rimarcare la gioia di possedere delle ghiandole in combutta con la gravita', la nostra onorevole russa, ballava come una matrioska esagitata.
Il suo modo di dimenare il corpo era indissolubilmente condizionato dalla cultura disco anni '80.
Infatti, il suo corpo era interamente percosso da scatti gallineschi che producevano un continuo ed incalzato movimento ondulatorio,a mò di diniego, e del capo, e della gonna di tulle e balze.
Non un solo muscolo era dotato dell'istinto della coordinazione.
Un qualsiasi invertebrato avrebbe avuto la maestria di un etoile, in confronto alla svampita in questione.
Le avrebbe impartito lezioni di umilta' danzereccia.

Ma Irina era oltre qualsiasi idea, di corpi in movimento nello spazio:
era una polipessa indiavolata!
Una medusa privata del senso dell'orientamento.
Una seppia appassionata dei balli di gruppo.

Uno schifo.

Tre individui dall'aspetto grottesco, fuggiti dalla photogallery del Cottolengo.
Superato con difficoltà il primo impatto visivo, la situazione poteva sostenersi con una decorosa parvenza di distaccata tolleranza.

Purtroppo i tre stupratori del buongusto avevano deciso di riprodursi ed agglomerarsi sulla pista da ballo!
Il tripudio dello squallore!

Il nano del tg4 era intento nella sua personale scalata del K2, e per "k" intendo il Kulo di Irina, impegnata a sua volta, nel far sobbalzare quanto più possibile le tette, a mò di campanaccio bovino!
Che intendeva annunziare con quel tramestio di campane? La buona novella?L'avvenuta ovulazione?
La mummificazione di Mengacci di par suo, cercava di intrufolarsi nel menage, sperando per lo meno che un capezzolo di Irina gli finisse accidentalmente in un occhio.
D'altronde il vaccone, aveva le tette puntate alle twelve o'clock.

Il risultato era un quadro umano di vivido orrore.
Io non riuscivo a dissimulare la nauseabonda senzazione che sconquassava la bocca del mio stomaco di violenti singulti!

Da quali gabbie erano evasi?
Perchè i domatori non ci sono mai quando servono?
Cosa avevo fatto di male alla signora Orfei?

Da quanti millenni costoro erano in astenia da qualsiasi contatto e\o situazione sociale?
Da quanti lustri quei tre esemplari non copulavano?
Dalla guerra di secessione?

Da quel famigerato giorno, che quel Signore Barbuto li aveva cacciati da quel giardino paradisiaco a causa di una Melinda rubata alla Val di Non?

E chi tra quei due mostri era il serpente?
Ardua scelta, visto l'elevato fattore di viscidità d' entrambi!
E Irina?
Irina non poteva che essere lei, PORCA EVA!


E soprattutto che cazzarola ci facevo io lì?

Ai posteri, si sa, non gliene frega una minchia secca!

sabato 10 maggio 2008

Carenze d'affitto

E vvvva bene, eccomi ritornata su questi schermi.
Sono sopravvissuta.
Periodo di turbolenze.

A questo proposito vorrei romanzare in chiave fiabesca una delle tante rotture di coglioni capitatemi tra capo e... coglioni, per l'appunto!

C'era una volta,

un castello immobiliare, in un regno immobiliare, governato da una regina cattiva.
In realta' nè il castello, nè tanto meno il regno le appartenevano, ma una fiabesca dose di autostima ingiustificata, aveva condotto la regina del male, ad avvalersi del titolo nobiliare.

Ad onore del vero, nonostante l'autoimposizione del blasone, la regina cattiva non era propriamente una principessa!
Di tanto in tanto infatti, nella vallata antistante il reame, riverberava la garrula eco di un mortacciiiiii acciiii accciiiiiiii, lanciato come anatema su qualsiasi essere vivente respirante. Segno acclarato di un' ira funesta scatenata da qualsiasi facezia.

La regina soffriva evidentemente di disturbi del sonno, dovuti alla fastidiosa presenza di molteplici piselli sotto il materasso.
Riusciva ad adagiare le sue membra non sotto, nè di lato, ma sopra.
Possedeva questa abilita' invidiabile di posizionarsi precisamente sopra.
Infatti stava sul cazzo a tutti gli abitanti della corte!

Ogni giorno consultava la vetrina magica del castello a cui chiedeva conferma della sua supremazia e fisica e intellettuale, e anagrafica!
Sgranando gli occhi e scuotendo la testa come un rettile appena sodomizzato, interrogava il povero pezzo di vetro con tono perentorio:

" Vetrina vetrina delle mie brame,
saro' forse la latrina del reame?
Vetrina vetrina adorata,
sono l'unico gran pezzo di patata?
Vetrina vetrina sembro arzilla?
Non si nota la mia faccia di argilla?

E la vetrina, conoscendo la suscettibilità dell'emissaria del male, temendo di finire in frantumi, rispondeva con tono accondiscendente:

"Mia regina
non sei una latrina,
ti dico anche che sei bella
nonostante il tuo charme da bidella,
Regina adorata,
posso anche cantarti una serenata,
posso adularti anche in modo più incisivo,
ma ti prego, non sbagliare il congiuntivo"

Essì cari miei pargoli, la malvagia, usava sbaragliare i suoi nemici a colpi di tempi verbali errati.

Nelle segrete del castello immobiliare, si celava infatti, una stanza in cui la maledetta torturava a piacimento la lingua italiana, prendendo letteralmente a scudisciate la consecutio temporum!

Aveva addirittura emanato un editto, secondo il quale, se un solo abitante del reame avesse pronunciato un congiuntivo giusto, sarebbe stato torturato e incarcerato secondo la formula della condanna con IL CONDIZIONALE.

Tuttavia la crudeltà della regina trovava libero sfogo sulle segretarie del castello.
In particolar modo con una, la più rompicoglioni delle due!
La considerava un essere inferiore, ed una sobillatrice dell'editto da lei emanato.

Decise un giorno di diffondere maldicenze sulla ricciuta sopraccitata, considerata giovane ed impertinente.
La povera segretaria fu di colpo accusata dei peggiori misfatti :
uso di vocaboli sconosciuti,
tripudi di congiuntivi,
senso dell'umorismo,
autoironia.
Tutti terribili capi d'imputazione.

A tal proposito, per impartire una giusta lezione alla manigolda, si rivolse ad un proCacciatore, a cui riferi' le nefandezze della povera proletaria, sottolineando l'invettiva, con un perentorio:
"E lei se ne STASSE al posto suo!", finale.

Nonostante il colloquio tra la regina del male ed il proCacciatore fosse avvenuto in una pseudo segretezza, il caso volle che la fida collega segretaria, fosse presente nel mentre del vile misfatto, in quanto impegnata nell'abbellir d'orpelli, la vetrina delle di lei brame!

In un battibaleno l'impavida collega assoldo' un messaggero affinche' recapitasse alla ricciuta impertinente, la lieta novella dell'avvenuta infamia.

L'alato ambasciator compi' con prontezza la sua missione, ragguagliando la malcapitata, dell'accaduto.
La ricciuta fu pervasa da un momento di scoramento, e per non cadere preda di una facile ira, coniugo' tra se' e se', il passato remoto del verbo ammazzare!

Il catartico ripasso verbale placo' i suoi istinti piu' beceri, dirottando la sua condotta su un piu' cauto buon senso.
D'altronde la regina aveva una certa etade, le avrebbe parlato chiaramente, chiedendo spiegazioni dell'inaspettato astio.

Non le sembrava di averle recato alcun danno, almeno non volontariamente.
Non le aveva mai tamponato la scopa in seconda fila, e quando la Santa Inquisizione aveva ripetutamente chiamato chiedendo di lei, l'aveva sempre negata in modo solerte!


Arrivata di buona lena al castello, affronto' direttamente la regina, confidando in una discussione civile.
Mai vi fu illusione piu' vana!
Alla prima sillaba della giovinetta, la malvagia si tramuto' in una temibile Loredana Berte' incazzata.
Cambio' tono di voce, arrochendosi come Califano affetto da broncopolmonite.
Divampo' d'ira cieca e sorda e non vi fu modo di interagire.

La giovane fu in procinto di chiamare il telefono nero, un centralino attivato in Salem per le vittime degli abusi stregoneschi.
Decise tuttavia di soprassedere sulla denuncia, confidando nella fatina di Rocca Priora.

La fatina di Rocca Priora, viveva nei boschi, ed insieme alla fida collega, studio' una pozione capace di sedare la lingua biforcuta di Grimilde Berte'.
La pozione conteneva una dose massiccia di Spermicida, rimedio universale, per neutralizzare le cazzate e non solo.

La malvagia fu redarguita a dovere, tuttavia aveva instillato nel reame il seme del dubbio.
Il suo agire, aveva comunque creato scompensi.
La sua cattiveria fu tuttavia giustificata da una carenza affIttiva, dovuta alla recessione economica.
( Infatti nel reame, era anche chiamata dai sudditi ReCessa).

Fu cosi' che la ricciuta, decise di soprassedere con superiorita', dando avvio ad una nuova attivita' imprenditoriale.
Apri' un ranch di draghi da ammaestrare a dovere, affinche' fossero asserviti alla Santa Inquisizione ed adoperati dalla stessa, come unita' cinefila.

Un drago e' sempre utile,
perche' si sa, nei momenti clou, manca sempre l'accendino!