lunedì 4 febbraio 2008

Per il verso giusto

Il lunedì mattina è sempre un trauma svegliarsi e vivere.
Se piove poi, vorresti solo biodegradarti nelle lenzuola e diventare Humus.
La prospettiva del licenziamento non ti fa paura, i desideri di emancipazione possono anche andare a fare in culo.
A te basta quel letto, quel cuscino, e la vostra storia d'amore interrotta bruscamente dalla sveglia.
A rovinare il quadro idilliaco della morbida relazione, il ridestarsi della coscienza, che purtroppo non tace mai, e che inizia a battibeccare con la tua accidia. Il dialogo è acceso e lo scambio di battutte diviene pressante. Nella tua testa ha luogo una riunione di condominio tra tenori.
Alla fine prevale la parte razionale, che fuga le nebbie residue del sonno, e ti fa alzare le chiappe dal letto, anche perchè tutto quel tramestio di voci interiori, ti ha già rotto i coglioni.
E' appena iniziata una nuova settimana, e già hai tre quarti di minchia scassata.
Ma decidi di fare uno step successivo e di ristabilire un certo assetto positivo.
Mi lavo, mi vesto, mi trucco.
Con un semisorriso.
Esco di casa, e appena varcata la soglia del portone, un gocciolone d'acqua della portata specifica di un catino, mi piomba preciso ed implacabile sull'occhio destro.
Proprio sulla palpebra.
ECCHECCAZZO!
Il trucco appena cazzuolato meticolosamente, non avendo avuto il tempo bastevole per sedimentarsi, si è sparso a casaccio sulla guancia destra.
Sono ufficialmente un dalmata!
Mi auguro nel profondo del cuore, che nei paragi non vi sia nessuna donna dal cuoio capelluto bicolore e dalle manie strambe, che nutra il desiderio di una pelliccia fatta di pelle umana macchiata.
Il mio volto è un quadro di Monet: fa impressione!
Iniziamo davvero male.
Risalgo i sette piani fischiettando il Dies Irae di Mozart e bestemmiando in dialetto: una mia personale esecuzione dei Carmina BURINA!
Piombo nella mia stanza e con dosi massicce di Vetril, riesco a limitare l'alone scuro che è apposto come ghirlanda funebre all'occhio.
Va molto meglio: sembro uscita dalle publicità progresso per la violenza sulle donne!
Finalmente, in ritardo notevole, riesco a prendere la metro.
E nella calca finisco di fronte ad un omuncolo, davvero singolare.
Lui inizia a fissarmi con aria accigliata, e con un misto di dissenso e compatimento negli occhi.
Io suppongo dovrei rispondergli con voce tremula che sono caduta dalle scale, che non è colpa di mio marito se accidentalmente ha "alzato il gomito" prendendomi l'occhio.
Sono decisamente calata nelle parte.
Mi ravvedo, lui persiste nello sguardo indagatore. Dentro me la consueta e soave vocina inizia una recitazione aulica in versi:

"or dunque perchè volger i tuoi occhi al nero alone?
Perchè guardi e non favelli, brutto coglione?
Di problemi tuoi ne hai ben donde, si vede, ed io non t' accuso
Ma se insisti sarò costretta a dartela 'na scarpata sul muso.
Non si trattò d'esser sottomessa come al carro i buoi,
dunque ti ripeto, fatti 'na spaghettata di cazzi tuoi.
Non fu oltraggiato di primo mattino il mio occhio,
e allora, perchè fissi ancora, grandissimo finocchio?"

Ovviamente la nobile declamazione, non sortisce effetto.
L'ominide è sempre intento a scrutare nei meandri della mia psicolgia.
Ha gli occhiali tartarugati ed una attaccatura dei capelli decisamente alta, che lascia scoperta una enorme fetta di fronte. Quest'uomo ha spazio.
Se fosse un fervente papa boys e sventolasse delle bandierine pro-vaticano in mezzo alla strada, gli atterrerebbero gli aerei addosso.
In compenso possiede un folto ciuffo alla Elvis.
Peccato sia all'altezza del cervelletto.
Ha delle dita esili, femminili oserei quasi dire, se a smentirne clmaorosamente l'efebicita', non ci fosse uno strato fitto di peluria, disciplinato di lato.
Tutto lascia presagire una meticolosa messa in piega dei peli.
Ha le fattezze di un levrievo afgano appena uscito dall'acqua, ed esposto ad una brezza obliqua.
Il nostro amico a quattro zampe, dagli occhi cerchiati di testuggine, deve aver intuito il mio fastidio, per la sua insistenza molesta.
Decide di darmi prova di superiorità, ostentando piccato, un disinteresse nuovo di zecca.
Ed infatti è con manifesta alterigia, che afferra dalla sua ventiquattro ore di pelle nera lucida, l'ultima copia di "CHI".
Io ed il mio occhio nero lo fissiamo estasiati.
Quale dichiarazione di discrezione, quale dimostrazione di virilità,
nel sventolare il vessillo del pettegolezzo.
E' un uomo nerboruto, quello che mi siede di fronte, umettandosi le dita da elfo, per sfogliare nervosamente la rivista filosofica.
Costui sa il fatto suo, ma soprattutto quelli degli altri.
Il nostro caro Perpetuo, si immerge nelle beghe personali di quella attrice, le cui tette ipertrofiche sono il saldo evidente, di una natura pronta a supplire l'avarizia riservata all'attribuizione di neuroni funzionanti.
Ma la rivista è una copertura, lui è evidentemente in ascolto.
Gli occhi sono sul CHI, ma le orecchie su un più interessante chi va là.
E dio lo accontenta.
Infatti gli siede accanto una ragazza che narra di sue recenti disavventure burocratiche legate al rinnovo della carta di identità.
La pulzella racconta a voce alta.
Il nostro uomo malcela, il ficcanasare.
Io degusto la scena in modo manifesto, avvertendo la mancanza di snack da sgranocchiare.
La narratrice continua imperterrita la telecronaca del suo vissuto, ed infine mostra la prova evidente della vittoria riportata sulla vecchia cara burocrazia, sfilando il documento dalla giacca, e mostrando con fierezza al suo uomo, la nuova fotografia.
Quale ghiotta occasione!
Il nostro levriero, con fare lumachesco, estrae il collo dalle spalle, spostandolo lateralmente con maestria. E' la dimostrazione acclarata di una abilità acquisita in anni di spionaggio.
Inarca quanto più umanamente può le sopracciglia, perchè possa lanciare l'occhiata definitiva ed esauriente ai dati anagrafici della ragazza. Nel fare questo assume l'espressione da coglione stupito.
E qui, lo stesso dio che gli ha reso la situazione propizia, decide di punirlo.
Una oscillazione più consistente della metro,infatti, fa cadere il nostro agente del
KE GHE BBUO'( la versione partenopea del kgb), posto in uno stentato equilibrio precario.
Lo stronzo infatti capitola in avanti, rovinando sulla ventiquattro ore, e sgualcendo definitivamente il chi!
Dinanzi a cotanta meraviglia la vocina della mia testa ha ripreso il verseggiare:

"Ti avvisai notte tempo del rischio,
non te ne curasti dicendo -me ne infischio-
fosti caparbio ed imperterrito come un mulo
ed è per tal cagione che lo prendesti pel culo.
Caduto in terra in cotal guisa, mi donasti sollazzo,
te l'avevo detto io, brutta testa di cazzo"









3 commenti:

Anonimo ha detto...

Notevoli le parti in rima

Ninfa

Anonimo ha detto...

"Alla fine prevale la parte razionale, che fuga le nebbie residue del sonno, e ti fa alzare le chiappe dal letto"


tu alla fine ci riesci, io ultimamente no, e questo mi spaventa.
Per il resto mi fai ridere, la metro mi manca, sigh.

raimondz ha detto...

ciao, sono un amico di matilde...mi ha passato il link del tuo blog..
un tuo post al giorno me lo faccio
sei fantastica!!! un genio...meglio dei griffin,....forse
c ya