lunedì 25 febbraio 2008

Le ho prese rapide

Ci sono delle storie che vanno raccontate. Non puoi esimerti dal farlo.
Accade che nella tua memoria si annidino dei ricordi perfettamente conservati, ai quali ricorrere soffermandosi di tanto in tanto. Miracolosamente, il passare degli anni non ne sbiadisce il fulgore, tuttavia le esperienze, ne mutano la prospettiva analitica d'approccio, sfumandone diversamente la luce.
Ora, so che un preambolo così perentorio e serio mal si associa a quanto narrerò in questa sede.
Però in me sussiste lucidamente, il ricordo di una questione alla quale crescendo, non ho mai saputo attribuire alcuna interpretazione.
Magari esternarlo renderà giustizia una volta per tutte, alle mie facoltà deduttive, notevolmente inibite per l'occasione.
Perchè l'opera di comprensione guidata, abbia felice esito, è necessario delineare brevemente il background sentimentale-passionale connaturato agli strali più reconditi della mia esistenza.
Da piccola avevo due amori: il primo era il camion della spazzatura.
Lo ammiravo in tutto il suo mastodontico afrore, colpita suppongo, sia dalle notevoli dimensioni(bimba buongustaia) sia dai koala della nettezza urbana, aggrappati tenacemente alla parte posteriore del veicolo.
Pasolini sarebbe stato fiero di me, in quanto esempio vivente del decantato fascino poetico dell'immondizia.
Tuttavia questa primigenia passione maleodorante, diminuì gradatamente nella mia personcina deviata, fino a perdere completamente interesse.
Ciò che in onore della sua intrinseca qualità, ebbe presa rapida e duratura nella mia vita, fu il cemento, per il quale nutrii propriamente una ardente passione .
I teneri anni della giuovinezza, sono strettamente connessi a questa magica polvere bianca. Detta con queste parole, sembra una dichiarazione tratta dall'autobiografia di Lapo Elkan.
In realtà mi riferisco, all'attività edilizia che tanti lustri fa, io ed il mio giovane socio,( nonchè cugino), avviammo negli assolati pomeriggi estivi del meridione.
Nei primi furenti anni novanta, il felice villaggio di Lesina Marina, era considerabile un ridente cantiere a cielo aperto. In una sorta di illusorio revival del boom economico targato '50, una imponente espansione edilizia, provvedeva alla costruzione di copiosi residence, dal discutibile impatto ambientale.
In tutto questo delirio colonizzatore, io ed il mio consanguineo, avevamo stipulato un nostro contratto stagionale, vergato con tanto di firme stentoree sul mio libro di grammatica.
La fase preliminare del lavoro, consisteva nel perlustrare in bici i terreni in costruzione, alla ricerca di cemento solidificato.
Ora, è chiaro che ci troviamo dinanzi ad una faccenda dai profondi risvolti psichici operai.
L'attivita speculativa di noi marmocchi marxisti, si poneva in netta controtendenza agli ingranaggi delle catene di montaggio.
Procedevamo a ritroso, come gamberi dallo spiccato senso impenditoriale nel settore cocktail.
Io ed il mio socio, cercavamo come affinatissimi cani da tartufo, pietre di cemento da saccheggiare e riporre nei secchielli del mare. Ormai avevamo acquisito una certa fama, nonchè una abilità egregia nel distinguere fra giacimenti validi per la razzia, e cantieri ormai sfruttati o non ancora maturi all'opera di pietrificazione.
A conti fatti la scena che si prospettava alle ora più assolate di agosto, era quella di due picciotti impolverati in bici, con secchielli multicolore appesi ai manubri, traboccanti pietre.
Suppongo che se avessero prestato minimamente attenzione alle nostre attività proletarie, ci avrebbero condotti a calci in culo dagli assistenti sociali.
Tuttavia, il risvolto davvero inspiegabile di tutta la faccenda, riguarda la fase successiva al raccolto.
Armati di tavolette in pietra disposte obliquamente alla parte interna di due tamburelli, sfregavamo furiosamente le pietre derubate, come vecchie massaie alle prese con i panni.
GRATTUGGIAVAMO IL CEMENTO, riportandolo al suo stato originario.
Meticolosi e puntuali, ogni pomeriggio sobbarcavamo sulle nostre spalle le sorti dell'attività lavorativa che ci costringeva ad orari massacranti. Ovviamente Autoimposti.
Dal di fuori il quadro offerto, era quello di due bambini sul terrazzo di una villetta al mare, sudati come cavalli, ed impegnati nell'attività più inutile del creato.
Avevamo anche un nostro gergo tecnico pronunciato con superiorità solenne: "allora oggi pomeriggio grattuggiamo" oppure "dobbiamo procedere con la grattuggiatura".
Quando ci incontravamo iniziavamo i nostri discorsi con un serie di convenevoli, riguardanti le responsabilità derivanti da una attività così onerosa. Uno sporco lavoro che qualcuno doveva pur fare. Eravamo bassi soli & soci.
Saltuariamente, assumevamo come dipendente un cuginetto più piccolo, sottoposto e non stipendiato, reso precariamente compartecipe all'opera che avrebbe rivoluzionato il mondo.
Se avessimo impiegato la stessa dedizione nei compiti delle vacanze ci saremmo risparmiati un sacco di calci in culo.
Ma noi eravamo li, ogni pomeriggio, per tutta l'estate, con dita sanguinolente a lavorare.
A volte vedevo da lontano mio cugino correre sghembo, animato da una eccitazione riservata alle grandi occasioni.
Una volta raggiunta, scorgevo nei suoi occhi la luce sfavillante dell' ambizione:aveva scovato un nuovo cantiere.
Non serviva discuterne, due nano secondi dopo eravamo con bici e secchielli al seguito, pronti ad approfittare della siesta pomeridiana della CGIL CISL E UIL.
Con il passare dei giorni il nostro capitale polveroso si accumulava, tesaurizzato in una busta nascosta sotto le scale nel giardino della villetta.
Ovviamente l'opera di strofinio, comportava innumerevoli rischi.
I nostri orari di lavoro procedevano compatibili con il pisolino pomeridiano materno.
A volte la genitrice anticipava i suoi risvegli contravvenendo i canoni calcolati. Tali fuori programma provocavano un enorme trambusto in noi loschi grattuggiatori, che rapidamente dovevamo riporre il tutto, lasciando meno tracce visibili.
Ovviamente, i sospetti materni erano giustamente fomentati dalla visione non proprio idilliaca di noi pargoli trafelati, sudati e con il correttivo di una abbronzatura sulla quale il bianco del cemento spiccava evidentemente.
Visi e mani pallide dita sanguinolente e graffi sulle gambe.
Ovviamente la punizione divina ci sorprese senza farsi attendere.
Venne d'alto e fu metereologica. Come da tradizione estiva un'acquazzone improvviso e scrosciante ci colse sul lavoro. Riuscimmo a riparare una minima parte. Nella concitazione la polvere bianca si sparse sul terrazzo della mia dimora. Mia madre accorse, ritirandoci in gran fretta, come due lenzuoli stronzi.
In un attimo il cemento e l'acqua copularono chimicamente, figliando una calce tenace.
L'ira funesta si abbattè sulla sottoscritta. Urla inenarrabili accompagnarono la strattonatura della mia maglietta. La genitrice sembrava uno sbandieratore medievale impazzito.
Finita la pioggia, mio cugino fu mandato in esilio.
Io assistetti alle bestemmie di una donna armata di mazza, intenta in un rigoroso strofinio volto a sconfiggere le incrostazioni edilizie che abbellivano i pavimenti. La povera donna, sembrava una giocatrice di curling in una gara olimpionica un tantino più scurrile.
Vinse lei.
Medaglia d'oro.
Tuttavia la gloria non le bastò.
Voleva il mio scalpo, e come un segugio cercò il nascondiglio del giacimento cementifero.
Io tacqui coraggiosamente, assurgendo a sindacato di me stessa.
Il silenzio ostinato la indispettì ulteriormente. Mi massacrò di ramazzate in culo, e furono decisamente sindacazzi miei.

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