Per strada, ci sono i coriandoli.
Piccole testimonianze del carnevale.
L'altro giorno, di fronte ad un grande centro commerciale, c'era un bimbo, in borghese.
Il suo abbigliamento non lasciava presagire alcun travestimento, se non per il particolare di una spada sguainata con prontezza, nei riguardi di quel marrano del fratellino minore, che dalla fortezza del suo passeggino, schivava gli assalti del moschettiere urbano.
L'abile spadaccino, alto come una tibia di D'Artagnan, era visibilmente fiero di possedere l'arma, e con maestria, la sfilava e la reinseriva nel cappottino. In continuazione.
Il terrore degli asili, tuttavia, era osteggiato da una genitrice, che ingiustamente, lo dissuadeva dal proposito di assassinare il suo secondogenito.
Quale affronto, per il moschettiere nano, quale frustrazione, essere denigrato dalla regina madre!
Sono certa che lui avesse delle ragioni fondatissime per molestare il fratellino, probabilmente macchiatosi (la tutina) di alto tradimento.
Guardando il piccolo Dumas divertirsi in modo così genuino, ho pensato che sono trascorsi troppi anni dall'ultima volta che ho festeggiato il carnevale!
Io e questa festa abbiamo un rapporto ambiguo, forse perchè ravviso nell'allegrezza che la caratterizza, un retrogusto malinconico.
Credo che tale situazione sia da attribuirsi alla serie inenarrabile di sfighe, che il periodo di febbraio ha sempre catalizzato nella mia vita.
Ma oltre le sfortunate concomitanze biografiche, suppongo si celi in me, una più recondita ed inconscia causa, risalente ai tempi della scuola d'infanzia!
Quella che frequentavo, era una riserva di bambini.
Io odiavo quel posto, per me era un lager della Mattel.
Tutto il giorno eravamo impiegati in inutili attività, quali il "punzecchiare", con dei simil-cacciavite acuminati, dei cartoncini a cui era apposta della plastilina.
Sarebbe stato più utile farci cucire le scarpe o i palloni, come in ogni buon asilo della Nike.
(In Pakistan i pargoli, sono molto più organizzati. Se non hanno i mezzi per giocare a calcio li fabbricano con le loro manine. Altro che punzecchiare!)
La scuola materna in cui eravamo deportati, possedeva l'unico corpo docenti, la cui assunzione era determinata da un preliminare test acustico.
Le maestre infatti, superavano di gran lunga, i decibel previsti dalla norma.
Se parlavano in sincrono, era da considerarsi inquinamento acustico.
Io affrontavo quel luogo con la morte nel cuore.
C'erano dei bambini di cui ricordo ancora con orrore, il nome e le rispettive funzioni corporali, espletate pubblicamente in ogni momento.
Il portavoce di tale categoria era "Ciro il riccio", un bimbo dalle labbra siliconate, che al posto del culo aveva un detonatore.
Il maledetto, infatti, esplodeva inaspettatamente, cogliendoti di sorpresa come un agguato vietnamita.
Lui non avvertiva. Lui produceva.
Lui non emetteva segnali sonori, nè gemiti che potessero preavvisare l'attacco.
Lui limitava l'azione ad un placido tremolio da sforzo.
Un solo istante, e poi all' umanita' non restava che maleodore.
Quel bastardo irsuto, quando si cacava sotto compiaciuto, colava dei veri e propri bronzi, il cui lavacro spettava alle maestre giustamente incattivite. Il tutto avveniva nel bagno pubblico, costituito da vasconi, simili ad abbeveratoi per cavalli. Immaginatevi quanto fosse poetico lavarsi le manine, accanto al meglio di Ciro dalle braghe calate, che veniva disinfestato.
In questo asilo di merda, ( è il caso innegabile di definirlo in tal modo), capite bene, che le feste di carnevale, dopotutto, erano un fantastico momento di sollazzo.
Per tutti gli altri.
Non per me.
Non so quale arcano motivo, avesse spinto mia madre ad acconciarmi con un vestito pseudo ottocentesco.
Sebbene avessi dei capelli corti tagliati a colpi di accetta, a conti fatti ero una principessa.
Tuttavia la presenza di un copricapo ridicolo smentiva definitivamente ogni possibilità di regale decoro.
Il cappello infatti, consisteva in un imbuto rosso di moquette, a cui erano apposte delle crinoline di carta stagnola dorata, più posticce degli zigomi di Emilio Fede.
Il trionfo dell'idiozia!
La miscellanea di stili, non rendeva possibile una chiara collocazione geografica del mio regno.
Questo insuinava fondati dubbi, sulla legitimità del trono.
Sulla scatola del vestito, accanto alla figura di una fantastica bimba modella, era indicata le denominazione del costume: " principessa di BALI!"
Ignorando totalmente dove si trovasse, alla domanda incalzante "principessa di che?", rispondevo orgogliosa "di BALI", e tutti fraintendendo, replicavano prontamente di "Bari?".
Ad aggravare lo stadio gia' terminale di tutta la situation carnevalesca, la politica materna, di non usare un velo di trucco, per alterare il mio delicatissimo colorito verdastro.
Dunque, a ben guardare, ero la principessa ramarro, con un cono segnaletico in testa.
Le mie compagne, ovviamente erano tutte truccate come mignotte in erba. Le feste in maschera scatenano gli estri visagisti delle genitrici.
Fatta eccezione della mia.
Pallida come una membrana in lattice, ero quindi in attesa di sottopormi al rituale fotografico.
La maestra doveva aver notato la discromia, che il mio colorito esangue creava nel generale tripudio di fuxia.
Io ero un travestito beige.
Per ovviare a tale inadeguatezza, l'arpia mi prese di forza, e imprigionando il mio mento tra le sue unghiute grinfia, iniziò a casaccio a cospargermi le labbra di rosso rubino, con il quale evidentemente si agghindava ogni mattina... i denti.
Ignorando totalmente la conformazione delle mie labbra, aveva ottenuto il suo risultato: apporre ovunque, un tocco vermiglio al verde preesistente.
Ero un incrocio fra Vladimir Luxuria ed un semaforo.
Le foto furono scattate. Di ritorno a casa, subii la rabbia materna, per la non autorizzata opera futurista di make up.
Rimasta sola mi specchiai lungamente.
Il rossetto era ormai sbiadito, e mi donava un fantastico look da Robert Smith, dei Cure.
Non so come si acconciassero nel cuore dell'isola Indonesiana, io di sicuro dovevo appartenere alla provincia di Bali.
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1 commento:
Anche io non mi vesto più da carnevale da ormai troppo tempo, dalla quarta o quinta elementare. Ritenevo di essere già grande a tal punto da non dover più sfoggiare quel bellissimo vestito da pagliaccio, cucito con tanto amore da mammà, o quella parrucca riccia rosso shcattoso; di non dovermi più truccare la faccia. Facevo i capricci e mi ritrovavo l'unico(a volte eravamo due o tre) in borghese nei giorni delle stelle filanti, dei coriandoli, della schiuma, delle fialette all'uovo marcio nei cestini in aula. Proprio ieri, un'amica mi diceva che si sarebbe vestita da pagliaccio...e sinceramente un po' di nostalgia per quegli anni l'ho provata. Sicuramente ora, travestirmi avrebbe un valore diverso. Da piccoli ti vestono, non capisci niente, ti diverti lo stesso, come tutti i giorni, ma a 23 anni vestirsi da pagliaccio o da pulcinella sarebbe ancora più divertente. Significherebbe riconquistare quella libertà che per vergogna o per altezzosità, avevo voluto perdere. E allora quasi quasi un naso rosso me lo compro, anche se Carnevale sta passando e le chiacchiere se le porta il vento.
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